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Dott. Antonino Puglisi

Psicoterapeuta e psicologo a Torino

Studio di psicologia e psicoterapia

a Torino e online​​​

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10136 Torino (TO)

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Tutti i diritti riservati © 2019-2026  Antonino Puglisi

Ritratto di

Lilith

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oltre Lilith

Del mito di Lilith si trova traccia in numerose culture. Tra i suoi riverberi ci sono le accezioni di Lilith come donna che non si sottomette all’uomo e di Lilith come demone che si ribella soprattutto a Dio.

In un dipinto di Collier Lilith che è avviluppata dalle spire del serpente: apparentemente due diversi aspetti della seduzione al male che si alleano. Partendo da qui la favola che racconto è che (al di là delle intenzioni consapevoli dell’artista) quel dipinto, più che una rappresentazione del male, evochi delle tensioni erotiche invece che banalmente sessualizzanti, ed ironiche invece che banalmente ammiccanti.

In questa favola la nudità di Lilith e il suo eros non sono funzione di uno stereotipo, ma una canzonatura dello stereotipo: Lilith usa il pregiudizio contro il pregiudizio. Se infatti il serpente ha sedotto Eva, nella mia favola è Lilith che seduce il serpente invece che esserne sedotta. Lilith è una donna che prova di entrare nella propria vita. Lo fa a modo suo: non a modo di Eva ma nemmeno di Adamo, che Lilith non scimmiotta. La via di Lilith è senza ipocrisia: mentre Eva è stata ricoperta da una foglia di fico, Lilith è nuda. Ma non è nuda per sedurre l'uomo. È nuda perché lo vuole, è nuda perché può, è nuda per intrappolare il serpente che dovrebbe irretirla, è nuda perché è ironica. Si copre con il serpente al posto della foglia, gioca con il (pre)giudizio e lo emette contro gli altri, lo ritorce contro i moralizzatori che moralizzando si trastullano con l’idea di ciò su cui moralizzano.

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altro da Eva

La mia favola va oltre. Quello rappresentato potrebbe essere un momento di passaggio: Eva che intraprende la strada per essere Lilith. Forse Lilith è il nome di Eva dopo aver percorso il suo sentiero, una Eva che sta diventando Lilith.

Non si nasce soltanto donna bisogna in qualche modo anche diventare quella particolarissima donna. E per diventarlo è insufficiente non essere Eva, bisogna anche andare oltre Lilith. Una versione di libertà non meramente contrapposta a qualcosa (contro l’uomo o contro Dio). Eva diventando Lilith edifica una scelta non data, la strada difficile ma necessaria di conoscere e costruire la propria personalissima femminilità.

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Ritratto di

 JoKeR

e della sua lacrima ridente

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Ritratto  di

JOKER

ovvero dell’evoluzione dell’uomo una volta (s)conosciuto come Arthur Fleck

Nascita: 1940

Residenza: Ghotam City (DC)

Ultimo domicilio conosciuto: Film diretto da Todd Phillips (2019)

Possibile profilo diagnostico: Disturbo Psicopatico di Personalità

Una diagnosi spiccia vorrebbe Joker come uno psicopatico dal sorriso inquietante perché privo di emozione come tutto il resto della sua persona. Lo psicopatico è incapace di provare sentimenti ed empatia.

Joker, almeno all’inizio, è però sommerso dalle emozioni. Il suo sorriso potrà anche essere folle ma è tutt’altro che vacuo, è saturo di storia e di atroci significati. E’ come se Joker avesse fatto la propria maschera ad immagine e somiglianza della società che prima lo dileggiava o ignorava: la maschera e il sorriso di Joker finiranno quindi con l’essere il suo atto di accusa verso il mondo che, insieme ad una madre patologica, hanno trasformato Arthur Fleck in Joker. L’accusa cioè ad una società che più che trascendere l’individuo lo prescinde, lo controlla; o se non può controllarlo o non gli è utile allora lo dimentica e lo cancella, lo oblitera come un biglietto.

L’iconica danza di Joker è la danza di un Sé finalmente liberato, è il ballare sulla tomba di un falso Sé e sulla tomba delle regole sociali e dell’ipocrisia del male accettabile sotto l’ombrello delle convenzioni sociali. Peccato che per liberarsi egli fugga da una follia rovesciandola in un’altra.

(Se  si vuole  leggere  di  più sull' argomento  cliccare  qui)

 

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Ritratto  di

Charlie Brown

ovvero

“Elogio alla posizione depressiva”

Nascita: 2 ottobre 1950

Residenza: Stati Uniti

Possibile profilo diagnostico: Disturbo ansioso, Cherofobia (paura di essere felice)

 

In una striscia del fumetto Peanuts Charlie Brown spiega a Patty la giusta postura che deve tenere chi voglia essere depresso, quasi volesse rivendicare una sua filosofia di vita, un tentativo adattivo di stare in un mondo che non è fatto a misura dei bambini (ma forse neanche degli adulti): “La cosa peggiore che puoi fare è stare dritto e guardare verso l’alto, perché cominci a sentirti meglio”.

In un’altra striscia spiega invece così a Lucy la sua paura di essere felice: “Perché ogni volta che si diventa troppo felici, accade sempre qualcosa di brutto”. Insomma stare piegati, spera Charlie Brown, permette di schivare i colpi della vita.

Charlie Brown è goffo, con una non altissima autostima, è pieno di ansie e insicurezze ma anche di speranze ed è testardo (insiste ad allenare una squadra di baseball che ha vinto due partite sulle quasi mille giocate). Non è preso sul serio neppure dal suo cane Linus, di cui deve subire il sarcasmo.

Più enzima socializzante che leader Charlie Brown è l’inconsapevole e indispensabile fulcro di una compagnia eterogenea di bambini un po’ lasciati a loro stessi dai genitori, tutti un po’ troppo cresciuti e che con le loro incongrue saggezze e idiosincrasie incarnano un ironico rispecchiamento e un’ironica critica al mondo degli adulti.

Mentre teme di essere felice Charlie Brown continua a maneggiare gli ingredienti per esserlo (amici, sogni, passioni, amore) senza mai risolversi ad esserlo. Se fosse davvero depresso non combatterebbe imperterrito per vincere una partita né si struggerebbe per la bambina dai capelli rossi.

(Se si volesse approfondire, cliccare qui)

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Ritratto di

UN'ASSASSINA

Cappuccetto Rosso

 e il movente dell'assassinio della nonna

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Data di nascita: XIV secolo circa

Genitori: sconosciuti

Genitori adottivi: Charles Perrault, Jacob Ludwig Grimm, Wilhelm Karl Grimm

Possibile profilo diagnostico: Disturbo isterico di personalità

Qual’è il movente del mandante che sta dietro il tentato assassinio della nonnina? Perché Cappuccetto Rosso la voleva morta?

Secondo una linea interpretativa questa favola esprimerebbe i pericoli derivati dall’accedere all’adolescenza e alla maturità sessuale senza una corrispettiva piena maturità psicologica. Cappuccetto nel lasciarsi tentare dalle seduttive suggestioni del Lupo, che la convince a ritardare l’arrivo a casa della nonna per addentrarsi nel bosco, tradisce un’ambivalenza nei confronti dell’animale: ne è insieme attratta e spaventata. La favola vorrebbe suggerire che seguire senza compromesso la ricerca del proprio fiorente desiderio esporrebbe al possibile destino di essere predata da un maschile famelico.

Il maschile nella favola viene scisso in una incarnazione cattiva ed una buona, nel lupo e nel cacciatore, nel mostro e in una versione ruvida del principe azzurro. L’ambivalenza riguarda però anche il materno: la mamma e la nonnina sono amate, eppure basta un lupo a far cedere Cappuccetto Rosso alla seduzione di deviare dal sentiero materno per godere delle bellezze del bosco. Di più: Cappuccetto Rosso è al di là dell’ingenuità quando sembra far di tutto perché il Lupo arrivi alla nonnina, quasi che per diventare donna dovesse uccidere i modelli di femminilità che hanno fino a quel momento guidato la sua evoluzione di bambina.

Il sentiero che nella favola percorre Cappuccetto Rosso unisce sua madre alla madre di quest’ultima, una generazione di donna alla successiva e, virtualmente, se Cappuccetto non deviasse mai dal tracciato, a quella dopo ancora. Non ci sono incroci né bivi possibili. Sa tanto di femminilità predestinata.

Quello che però la favola non racconta è che per diventare donna ogni Cappuccetto Rosso deve a un certo punto deviare da quella via nonostante i rischi nel tracciare un sentiero del tutto nuovo, una strada che conduca al proprio originale modo di appropriarsi della femminilità. La sostanza della favola è soprattutto che l’incarnazione del braccio “conformisticamente armato” della società, rozzamente interpretato dal cacciatore, non permette che la nonnina soccomba. La sostanza è che alla fine Cappuccetto Rosso e la Nonna si alleano, e nell’una sembra di poter già cogliere il riflesso futuro dell’altra. Oppure...

E’ però anche vero che l’animale aveva inghiottito una nonna e una nipote apparentemente inermi e ingenue ma ha finito col partorire una sorellanza di astute carnefici di bestie, quasi tutt’altro tipo di passaggio di testimone generazionale.

In un certo senso Cappuccetto Rosso forse ha davvero ucciso la sua nonna/mamma, così forse accedendo alla possibilità di diventare, non semplicemente la replica dell’oggetto materno, ma se stessa cioè una donna originale a fianco di un’altra donna.

Forse alla fine di questa indagine si potrebbe dire che abbiamo il colpevole ma non c’è delitto.

Noi non conosciamo le favole oltre la favole, oltre il perbenista “E vissero tutti felici e contenti” non sappiamo cosa sia davvero accaduto o cosa davvero potrebbe accadere. E’ “Cappuccetto Rosso” soprattutto una storia di pressione conformistica, ma un giorno finirà col trasformarsi in una metafora anche di emancipazione o addirittura d’individuazione? Tutto sommato la nonnina ha preferito vivere da sola nel bosco ed aveva come amico un giovane grezzo cacciatore: nulla vieta di fantasticare che ella possa essere l’indipendente strega di qualche altra favola passata o futura. Insomma, come si suol dire: questa è un’altra storia.

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Ritratto di

UN RITRATTO

Las Meninas

(Sul paradosso dell'essere ed osservare)

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Nascita: 1656

Residenza: Museo del Prado, Madrid (Spagna)

Genitore: Diego Velàsquez

Possibile profilo diagnostico: Disturbo dissociativo

Il ritratto di questa sala della nostra pinacoteca non riguarda un personaggio ma una cosa apparentemente banale come l’atto di osservare e come questo si inserisca in qualcosa apparentemente altrettanto banale come l'essere chi si è. Formalmente però nel dipinto Las Meninas vi è ritratta la famiglia reale spagnola e alcuni personaggi della loro corte.

 

Nell'opera è raffigurato lo stesso pittore presumibilmente nell’atto di creare proprio Las Meninas. Tutti i soggetti ritratti, artista compreso, guardano il Re e la Regina. Così dipinta la scena sembra vista con lo sguardo della coppia reale. Ma lo sguardo dei reali è posto esattamente nel nostro medesimo punto di osservazione: noi siamo dove sulla scena starebbero il Re e la Regina. Potremmo dire che siamo nel punto dove loro posano o avevano posato.

Tutti quei personaggi dunque stanno davvero fissando la coppia Reale o forse stanno guardando proprio noi? Questo crea una specie di vertigine. Tutti i soggetti ritratti sembrano guardare noi ma questo noi non si capisce più se essere il noi per come lo conosciamo o se invece essere “noi” vuol dire essere per quell’istante il Re o la Regina. E forse altro ancora: perché lo sguardo è sia il nostro, che quello dei Reali, ma è anche quello del pittore che si guarda attraverso gli  occhi dei Reali o forse attraverso i nostri di osservatori.

 

Questo dipinto sembra suggerire che è impossibile osservare senza essere osservati, che osservatore e osservato, protagonista e comprimario, non sono ruoli fissati per sempre: si è sempre sia l’uno che l’altro. Nella stanza analitica, ad esempio, ci sono due persone nella loro interezza e, pur nella diversità dei ruoli, parimenti coinvolti.

Suggerisce che chi siamo e chi crediamo di essere sono rappresentazioni meno definite e definibili di quanto vorremmo. Con che occhi guardiamo? Quando ci guardano chi stanno guardando o chi credono di guardare gli altri? Paradossalmente quando consapevolmente indossiamo una maschera sociale finiamo con l’avere più certezze di quando pensiamo di essere noi stessi: essere se stessi può essere più complicato che fingere di essere qualcuno. Ma indossare perennemente una maschera finirebbe col soffocarci. La soluzione forse è diventare consapevoli di quali sono gli sguardi che ci abitano per emanciparcene e dare davvero il proprio nome al nostro dire "io".

(Per saperne di più clicca qui e qui)

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Ritratto di

una senilità precoce

Peter Pan:

le infelicità nell'essere un anacronismo

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Nascita: 1911

Residenza: Isola che non c'è

Genitore: James Matthew Barrie

Il nome Peter Pan è diventato sinonimo, positivo o negativo, di libertà che vuole resiste alle costrizioni dell’adultità. Eppure nella storia di Peter ci sono bambini lasciati soli a sfidare i pericoli della spensierata Isola che non c’è, spensierata nel senso che l’azione sostituisce il pensiero: non ci si può fermare a pensare, non solo perché tutto accade molto velocemente ma perché a quel punto ci si dovrebbe pensare soli. I bambini hanno paura di essere abbandonati dai propri genitori molto più di quanto possano temere coccodrilli e pirati. I bambini perdonano praticamente quasi tutto ai propri genitori: accettare di essere dei bambini sperduti significa una rassegnazione oltre ogni speranza, la certificazione di essere già da lungo tempo dei bambini sperduti.

Vivere con le proprie leggi è l’unico modo di sopravvivere quando non si è stati protetti dalla legge del padre e della madre, quando prima di diventare autonomi non ci si è potuti sentire protetti per poi diventare progressivamente indipendenti ma mai soli. Se poi i bambini sono stati effettivamente o affettivamente abbandonati allora spesso la paura di restare nuovamente soli può spingerli a forme di dipendenza estrema oppure verso forme di estrema ma insicura autonomia.

Più che essere maggiormente vicini ai figli, rispetto alla precedente generazione, i genitori di oggi sembrano troppo somigliargli. Ma vicinanza e somiglianza sono tutt’altro che equivalenti.

Peter Pan non è la storia di un eterno bambino, ma di un bambino sperduto precocemente lasciato a cavarsela da solo. La storia di un bambino precocemente senile che poi è diventato un bambino troppo bambino. Peter Pan è un infelice e spaventato anacronismo.

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Bozzetto

di un vecchio bambino rancoroso

Capitan Uncino:

l'impossibilità di essere per sempre Pan

Nascita: 1911

Residenza: Isola che non c'è

Genitore: James Matthew Barrie

Nonostante la pervicace opposizione a crescere di Peter Pan, l’orologio che ticchetta nella pancia del coccodrillo scandisce l’inesorabilità di un’infanzia che se troppo protratta potrà anche non passare per l’adultità ma sicuramente è destinata a non restare infanzia: come un frutto colto troppo precocemente che andrà a male senza mai diventare maturo.

C'è de chiedersi cosa trattenga Capitan Uncino che, invece di fare il pirata e navigare per mare, sembra quasi vincolato all’Isola-che-non-c’è, pieno d'invidiosa rabbia verso un Peter Pan che gli somiglia più di quanto possa tollerare.

Peter Pan è forse destinato a diventare Capitan Pan con i Bambini Sperduti sua futura ciurma di pirati. E forse tanto tempo prima Capitan Uncino è stato Uncino Pan, il predecessore di Peter, e i suoi pirati altrettanti piccoli bambini sperduti.

Insomma la storia circolarmente si ripete come un coccodrillo che si morda la coda mentre ha in pancia un orologio che non smette di ticchettare. 

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Ritratto di

UN INCONTRO

Lo Scorpione

&

La Rana

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Uno scorpione volendo guadare un fiume chiede ad una rana di permettergli di salirle sul dorso e di portarlo sulla riva opposta visto che, essendo uno scorpione, lui non sa nuotare. La rana declina gentilmente la richiesta intimorita dalla possibilità che lo scorpione potesse pungerla. Lo scorpione oppone però al timore del piccolo anfibio una logica apparentemente inattaccabile: "Perchè dovrei farlo? Se lo facessi morirei anch'io annegato". La rana è persuasa dalla sensatezza di quanto detto dallo scorpione e così accetta di portarlo dall'altra parte del fiume. A metà della traversata sente qualcosa pungerla e realizza sgomenta di essere appena stata avvelenata dallo scorpione. Incredula gli si rivolge chiedendogli perchè lo avesse fatto: "Ora moriremo entrambi". Lo scorpione con un tono ineluttabile risponde: "E' vero, moriremo entrambi. Ma non ho potuto farne a meno: questa è la mia natura".

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La morale che comunemente si attribuisce a questa favola riguarda l’impossibilità di contrastare le proprie inclinazioni, che siano ereditarie o plasmate dall’ambiente. Lo scorpione testimonierebbe che non si può cambiare. Ma la rana allora cosa testimonia? La rana per natura avrebbe dovuto resistere ad ogni argomentazione e tenersi lontana dallo scorpione. Delle due creature quella che sembra aprirsi coraggiosamente alle incognite e alle possibili ricchezze dell’incontro con l’altro è la rana, che sceglie di navigare nell’inscindibile connubio tra rischio e opportunità, a dimostrazione che ogni cosa è tutt’altro che già scritta.

La favola forse non racconta l’impossibilità del cambiamento, ma la sua difficoltà, anche di costruire un sano modo di proteggersi dai suoi rischi che non comporti la rinuncia a cambiare e crescere. Se lo scorpione rappresenta la paura di cambiare, la rana potrebbe simboleggiare l’incauta fuga in avanti. Quello che si potrebbe infatti rimproverare alla rana è di non aver nuotato dentro di sé prima di partire all’avventura: il problema non era che l’altro fosse diverso da lei, ma che era sconosciuto al punto da essere anonimo; e che lei stessa non si conoceva abbastanza da capire perché avesse bisogno di partire con uno sconosciuto prima d’incontrarlo per conoscerlo. Il luogo verso cui viaggiare dovrebbe essere una meta che scegliamo in virtù dei nostri bisogni e desideri più veri (rendendoli pazientemente consapevoli insieme ai nostri timori) e non una fuga nella speranza che qualcosa o qualcuno ci salvi in nostra vece.

Biologia e ambiente sono variabili importantissime di cui bisogna tenere sempre conto. Non è però solo questione di biologia, di società e cultura, ma anche di relazioni e della possibilità e capacità di farsi in parte protagonista della propria storia. Ogni cambiamento è tale se riusciamo a trovare con fatica un modo per mettere anche noi stessi tra le variabili che influenzano la nostra vita. Un percorso del genere non può essere compiuto in solitudine, come non è in solitudine che si è diventati quello scorpione e quella rana. Essere rana o scorpione è solo una parte della storia, non è la storia.

(Clicca qui se vuoi saperne di più)

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prossimamente altri ritratti