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L’insostenibile leggerezza dell’ essere Charlie Brown

In una striscia del fumetto Peanuts Charlie Brown spiega a Patty la giusta postura che deve tenere chi voglia essere depresso, quasi volesse rivendicare una sua filosofia di vita, un tentativo adattivo di stare in un mondo che non è fatto a misura dei bambini (ma forse neanche degli adulti): “La cosa peggiore che puoi fare è stare dritto e guardare verso l’alto, perché cominci a sentirti meglio”.

In un’altra striscia spiega invece così a Lucy la sua paura di essere felice: “Perché ogni volta che si diventa troppo felici, accade sempre qualcosa di brutto”. Insomma stare piegati, spera Charlie Brown, permette di schivare i colpi della vita.

Charlie Brown è uno dei personaggi principali dei Peanuts (Noccioline). E’ goffo, con una non altissima autostima, è pieno di ansie e insicurezze ma è anche pieno di speranze ed è un perdente testardo (insiste ad allenare una squadra di baseball che ha vinto due partite sulle quasi mille giocate). Non è preso sul serio neppure dal suo cane Linus, di cui deve subire il sarcasmo.

Sembrerebbe essere un perdente di successo: tutti o quasi ne ignorano suggerimenti e iniziative ma tutti in vario modo ruotano attorno a lui. Più enzima socializzante che leader Charlie Brown è l’inconsapevole e indispensabile fulcro di una compagnia eterogenea di bambini un po’ lasciati a loro stessi dai genitori, tutti un po’ troppo cresciuti e che con le loro incongrue saggezze e idiosincrasie incarnano un ironico rispecchiamento e un’ironica critica al mondo degli adulti.

Potremmo intitolare questo ritratto “L’insostenibile leggerezza dell’ essere Charlie Brown che pratica l’arte quasi-zen del non-vincere” oppure "La posizione depressiva secondo Charlie". Se invece da allenatore vincesse tutte le partire magari sarebbe davvero cool e tutti lo seguirebbero avendo poco o nulla da dire, e magari da grande Charlie Brown diventerebbe l’ennesimo maestro di vita che non c’insegna nulla perché parla di se stesso senza davvero parlare con noi e anche di noi. Invece dove c’è lui c’è un pensatoio in posti anche impensabili e per somiglianza od opposizione le sue vicende ci fanno riflettere anche su di noi.

Nonostante studi per diventare un depresso ed abbia una paura quasi fobica della felicità, la sua sembra quasi una filosofia di vita prima che una sofferenza psicologica. E’ una tensione costante verso la in-felicità, una sorta d’infelicità mimetica per restare in prossimità della felicità. Forse inconsciamente Charlie Brown pensa che se fosse semplicemente felice tutto diverrebbe immobile e le cose immobili invecchiano precocemente, si dissolvono senza neppure morire, condannate all’inconsistenza. Ma finché teme di essere felice lui può continuare a maneggiare gli ingredienti per esserlo (amici, sogni, passioni, amore, eccetera) senza mai risolversi ad esserlo. Non che davvero non lo sia felice: la sua sembra più una felicità insatura, una felicità che non vuole farsi catturare in una polaroid (che ruberebbe l’anima dell’essere felici), una felicità perennemente processuale invece che statica. Il suo timore di essere felice è il modo che Charlie ha trovato per cercare di esserlo senza restare immobilizzato per il terrore o la disperazione dell’impossibilità di esserlo. Se fosse davvero depresso Charlie Brown non combatterebbe imperterrito per cercare di vincere una partita di baseball né si struggerebbe per la bambina dai capelli rossi di cui è segretamente innamorato. Sembra più che altro che quando Charlie dice che ha paura di essere felice voglia in realtà dire che possedere la felicità sia contraria all’intrinseca natura di questa: la felicità semplicemente posseduta è decadente, la felicità (che salva la felicità) sta nel cercarla, costruirla oltre che ottenerla, cercarla ancora, sentire che si è spostata un passo oltre e di nuovo tendersi verso di essa, in una dinamica parzialmente sovrapponibile a quella del desiderio.

Charlie è un po’ un poeta post-romantico, un po’ filosofo. Ma Charlie Brown è anche e pur sempre un bambino: ha le sue piccole ansiolitiche superstizioni (se ti senti felice rischi di perdere la felicità), i suoi esorcismi (la postura da depresso è un parafulmine dagli strali del destino affinché non lo colpisca con una vera depressione), i suoi rituali che gli permettono di addormentarsi la notte nonostante il suo costante cogitare sulla vita e di essere riposato per poter un altro giorno ancora così da poter desiderare la bambina dai capelli rossi. Charlie sa che non tutto è nelle nostre mani per ottenere la felicità e cerca di gestire, un po’ nevroticamente e un po’ creativamente, l’ansia di non avere controllo su tutto ciò che potrebbe renderci o meno felici. Ma sa anche che sentirsi in balia del destino ci condannerebbe sicuramente a non raggiungere la felicità.

Charlie Brown è come molti di noi un nevrotico, pieno di conflitti e di dubbi, ma non solo le sue difese e i suoi sintomi gli permettono un certo equilibrio non troppo rigido con se stesso e il suo mondo, ma di questi ha fatto una sorta di filosofia di vita, forse quasi-zen o forse anti-zen, in cui la felicità sembra non essere desiderata ma tutto ciò che la consente lo è. L’apparente sindrome ansioso depressiva di Charlie è un mondo messo in tensione e dinamizzato dal desiderio. E anche questa è una piccola verità che Charlie Brown riflette delle vite di ognuno di noi: desiderio e creatività sono tra gli ingredienti che ci salvano dalla vera follia e che a volte addirittura ci aiutano a raggiungere e riraggiungere la felicità, che ci salvano dalla rassegnazione e ci permettono speranza quando fattori oggettivi c’impediscono di essere felici.


Charlie Brown è un po’ filosofo, un po’ nevrotico, un po’ bambino e un po’ adulto: insomma è un po’ come ognuno di noi e per questo, decennio dopo decennio, continuiamo a leggere le sue strisce.



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