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Reggere insieme il cielo: dipendenza o cooperazione nel rapporto di coppia



Forse non abbiamo bisogno di trovare un/a partner che sia l’altra metà del mondo, che ci completi, ma piuttosto qualcuno/a insieme a cui ci sarà possibile reggere il cielo.

Per molti infatti la ricerca dell’amore è sinonimo di ricerca della metà di sé. Invece l’incontro con un partner dovrebbe significare qualcosa di simile all’incontro di una galassia (di vissuti e personalità) che ne incontra una seconda, insieme dando vita a qualcosa di terzo: una galassia che prima non esisteva e che senza le altre due non avrebbe mai avuto vita. Essere coppia dovrebbe essere un processo generativo e non sommativo: nulla dovrebbe togliere a chi siamo, ma non dovrebbe neppure essere la semplice somma di due persone. E’ un po’ come in chimica in cui le proprietà emergenti non sono semplicemente riconducibili a quelle dei loro componenti originali: nessuno potrebbe dissetarsi, invece che con dell’acqua, con dell’idrogeno seguito da un po’ di ossigeno. Forse l’espressione “esserci chimica”, riferita all’incontro riuscito tra due persone è davvero significativa.

E’ persino pericoloso, nel sentire in se stessi qualcosa d’incompleto, credere che questa incompletezza possa essere saturata e suturata dall’incontro con un altro. Perché il rischio è di dipendere dall’altro, diventare il suo satellite piuttosto che l’altra metà del suo mondo, ad esempio perché la dipendenza dell’uno incontra i bisogni narcisistici dell’altro. Oppure la dipendenza dell’uno incontra la dipendenza anche dell’altro venendosi così a creare un rapporto asfittico fatto di un levare più che di un crescere, di un reciproco limitarsi, una palude in cui tutto è tranquillo solo perché stagnante. Coppie del genere rischiano di confondere l’inconscia collusione d’intenti per amore; e nel lungo periodo sono spesso destinate a situazioni, anche personali, problematiche. Quando ad esempio uno dei due partner, per qualche ragione, sente il bisogno di essere (e diventa) maggiormente consapevole di sé allora frequentemente la coppia va in crisi, oppure non solo la coppia vacilla ma l’altro partner entra in una crisi personale.

Non ci dovrebbe essere bisogno di un altro per sentirsi completi: se la nostra storia di vita ci ha portati a sentire che qualcosa manca in noi allora la cosa migliore da fare non è cercarla in altri che possano completarci, ma cercarla in noi stessi, cercare noi stessi in noi, diventare consapevoli di ciò che di noi non abbiamo potuto finora vedere, integrare in noi ciò che finora abbiamo dovuto credere non ci appartenesse.

Platone narra in un mito che all’inizio dei tempi gli essere umani erano doppi: braccia, gambe, teste, genitali, tutto doppio in una sola persona. Finché Zeus, per punirli della loro arroganza, non divise ogni essere umano in due. Zeus però era in un certo senso più umano degli umani che puniva, e di certo non aveva raffinate competenze psicologiche: risolveva tutto a suon di fulmini o di mistificazioni e travestimenti. Vedete in questo mito una metafora sulla parte perduta della propria anima invece che sulla perduta anima gemella, su quanto di noi è stato sepolto in noi (per paura, conflitto, per un mandato ad essere chi avremmo dovuto invece di chi davvero siamo, eccetera).

Se vi sentite incompleti cercate dentro di voi, magari con l’aiuto esperto di un compagno di viaggio, ben prima della ricerca di un compagno di vita. Quel compagno di vita che comunque non sarà mai la vostra metà, visto che voi siete già un intero, ma insieme al quale sarete una nuova costellazione.

All’immagine di Platone ne preferisco un’altra. Un detto cinese racconta che la donna regge l’altra metà del cielo. Si potrebbe dire che il detto cinese ha anche un non detto riguardo il fatto che metà del cielo non è il cielo ma piuttosto un baratro e che quindi il Tutto non è semplicemente il riflesso di una metà. Ma il proverbio secondo me potrebbe affermare qualcosa di più sofisticato: infatti non dice che la donna è l’altra metà del cielo, ma che regge l’altra metà del cielo. L’uomo e la donna rimangono loro stessi, non hanno bisogno dell’altro per essere completi, ma il frutto della loro unione e cooperazione permette il cielo e le sue costellazioni, qualcosa cioè che senza il loro essere insieme non esisterebbe.

(Il proverbio cinese presumibilmente non è stato pensato specificamente per descrivere le relazioni di coppia quindi nell’usarlo a tale scopo mi prendo la libertà di declinarlo per estenderlo anche alle coppie non eterosessuali.)


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