• antoninopuglisi

La favola dello scorpione che non era uno scorpione e della rana che non era una rana



C'è una favola, raccontata da Esopo, che narra le vicende di una rana e di uno scorpione. E' una favola che ho ritrovato citata in molti film e serie tv, quindi è possibile che se non l'abbiate letta l'abbiate almeno ascoltata.

Per chi invece non la conoscesse provo a riassumerla.


Uno scorpione volendo guadare un fiume chiede ad una rana di permettergli di salirle sul dorso e di portarlo sulla riva opposta visto che, essendo uno scorpione, lui non sa nuotare. La rana declina gentilmente la richiesta intimorita dalla possibilità che lo scorpione potesse pungerla. Lo scorpione oppone però al timore del piccolo anfibio una logica apparentemente inattaccabile: "Perché dovrei farlo? Se lo facessi morirei anch'io annegato". La rana è persuasa dalla sensatezza di quanto detto dallo scorpione e così accetta di portarlo dall'altra parte del fiume. A metà della traversata sente qualcosa pungerla e realizza sgomenta di essere appena stata avvelenata dallo scorpione. Incredula gli si rivolge chiedendogli perché lo avesse fatto: "Ora moriremo entrambi". Lo scorpione con un tono ineluttabile risponde: "E' vero, moriremo entrambi. Ma non ho potuto farne a meno: questa è la mia natura".

La morale che comunemente si attribuisce alla favola riguarda l’impossibilità di contrastare, nel bene (?) o nel male, le proprie inclinazioni: aggressività o gentilezza o ingenuità, sembrerebbero destinate all'immutabilità e per giunta forse innate. Naturalmente alcuni di voi potrebbero essere d'accordo con questa morale ma altri opporvisi e ribattere che gli uomini non sono rane o scorpioni e che hanno ampi margini di scelta per contrastare certe proprie inclinazioni. Io credo che in realtà tutte e due le considerazioni siano parzialmente inesatte. Proverò ad illustrarvi una terza possibilità.

Ognuno di noi credo abbia incontrato delle persone che sembrano drammaticamente incarnare l'esattezza della favola raccontata da Esopo. Magari l'amico che finisce sempre a letto con donne con cui non instaura mai una relazione duratura le quali magari, per chiudere il cerchio, a loro volta finiscono sempre a letto con uomini che non rimarranno mai lì per loro. Oppure l’amico che soffre per essersi fidato di una persona che a chiunque altro sembrava una serpe e che finisce nuovamente e sempre nelle spire asfissianti o velenose di quella o di un'altra serpe. Ma senza arrivare ad esempi eclatanti credo che ognuno di noi a volte abbia avuta la sensazione di ritrovarsi con spiacevole frequenza in situazioni fin troppo simili come se si avesse una sorta di radar interno che ci permettesse di scovarle e un magnete che ci attirasse inevitabilmente ad esse. E per quanto ci siano situazioni o aspetti di noi che non ci fanno star bene spesso ci sembra un compito quasi impossibile fare qualcosa per rompere quel cerchio che si ripete e da cui vorremmo uscire.


Non nasciamo però semplicemente rane o scorpioni. La natura è a volte abusata altre usata come pretesto per non sentirsi responsabili delle conseguenze delle proprie scelte. A qualcun altro verrà la tentazione di dire che è vero non nasciamo rane o scorpioni e che è il mondo a renderci tali: ma anche questa versione sembra intrappolarci in un destino già scritto che di diverso ha solo il nome. La genetica incontra sempre un ambiente familiare e sociale e una cultura, ma quando iniziamo a fare storia, cioè a fare scelte, a conoscere e farci conoscere e facendoci conoscere a conoscerci ancora di più, e così via, ad incontrare amici e nemici e persone indifferenti, e a fare insomma tutto ciò che è vita, a un certo punto succede che in qualche modo noi possiamo diventare un ulteriore fattore di cambiamento per noi stessi. E' vero però che è cosa tutt'altro che lineare o semplice e non è un processo privo d’incidenti.


Ci sono persone ad esempio che non avrebbero mai saputo pungere con tale incredibile letalità, o pungere sempre e comunque, se da bambini non avessero imparato che le mani degli altri sono fatte solo per ferire. Saranno forse da adulti scorpioni che finiranno col difendersi da ogni mano e quindi anche da quelle che potrebbero dar loro delle carezze (e che magari a un certo punto rinunciano a trovare un modo di accarezzare senza farsi pungere): il pungiglione che doveva difenderli finisce col ferirli, col condannarli ad annegare o a restare soli, li condanna ad aver ragione nella loro convinzione che le persone sanno solo esserci per ferirli oppure non esserci affatto abbandonandoli. Ma gli scorpioni, che sia a causa della natura o per colpa dell'ambiente, sono davvero destinati ad essere scorpioni?

Ci sono scorpioni invece che pungono per paura, perché pungere la rana (che qualcuno chiamerebbe naturalmente stupida e qualcun altro naturalmente generosa) gli permette di sostenere una personale finzione facendogli dimenticare che per un rapace lui è un insignificante boccone (perché magari per tutta una vita lo hanno fatto sentire un insetto). Tutto l'odio che troviamo su internet può fare davvero del male, e il fatto che sia anonimo e condiviso da altri haters non rende meno responsabili del male che fa, ma se non fosse per questo la cosa che sarebbe evidente è come molti (anche se non tutti) di questi haters siano loro stessi 'addolorati dalla vita' e però non possono permettersi di riconoscerlo: per alcuni è di gran lunga preferibile odiare che, ad esempio, essere tristi. La rabbia è spesso una grande mistificatrice di emozioni: ad esempio attaccare le rane può essere solo una distrazione per non sentirsi privi di controllo sulla propria vita o ancora insicuri e piccoli o spaventati o invidiosi o feriti o violati. Alcuni non si sentiranno mai responsabili della propria rabbia e delle sue conseguenze: si diranno che sono le vittime le responsabili del male che si sono “meritate”, della conseguenze rabbia che “attirano” a sé.


Nella savana si può provare a fuggire da un leone ma nelle città e nelle proprie menti come si fugge da ciò che ci spaventa? Rendere gli altri vittime a volte ci salva dal non sentirci vittime noi stesse, ma è un'inconsapevole bugia che condanna infine lo scorpione quanto la rana. Talune rane poi, a differenza di quella della favola, in realtà hanno anche gli strumenti per proteggersi dagli scorpioni. Uno scorpione che invece non voglia vedere non può difendersi da se stesso e prima poi in qualche modo dovrà fare i conti con le conseguenze di quella modalità di non riconoscere parti di sé, insomma con la propria stessa coda pungente. Ci sono scorpioni che pungono rane per una vita intera per convincersi di essere coraggiosi: ma solo alcuni di loro decidono di chiedersi il vero perché della propria rabbia invece d’imputarla agli altri, e in quel momento sono coraggiosi per la prima e non ultima volta nella loro vita.

Il punto però non è quello di decidere chi sia meglio, se lo scorpione o la rana. Quello che distingue la rana dallo scorpione non è neppure che una è preda e l'altro è predatore, dato che come visto i comportamenti possono nascondere altre verità (una rana ad esempio potrebbe essere rana per paura di scoprirsi scorpione). In un certo senso non c'è nessuna aprioristica differenza tra loro: entrambi possono essere vittime di loro stessi, o di loro stessi artefici. Prima d’imbarcarsi nel viaggio e attraversare l'acqua avrebbero però dovuto specchiarsi in essa, guardarsi, capirsi meglio: un viaggio inconsapevole è più spesso nocivo che avventuroso ed infatti la rana ha riconosciuto la logica delle parole dello scorpione ma non poteva conoscerne la 'logica' emotiva perché non ne conosceva, non tanto la natura, ma la storia, non conosceva i veri bisogni dello scorpione ma anche i veri motivi del proprio essere rana. E lo scorpione avrebbe dovuto (ma non poteva) conoscersi sufficientemente da sapere che stava condannando sé e l'altra; che non era ancora pronto ad incontrare qualcuno così altro da sé perché lui stesso non sapeva bene chi fosse: dire alla fine che il pungere era la propria natura era più che altro auto-giustificatorio e consolatorio.


Se poi si vuole prendere per vera la morale della favola allora bisognerebbe riflettere sul fatto che sì, lo scorpione potrebbe testimoniare che non si può cambiare la propria natura, ma la rana cosa testimonia? La rana per natura avrebbe dovuto resistere ad ogni argomentazione perché la natura invariabilmente le avrebbe detto di tenersi lontana se non si scappare. Delle due creature quella che sembra aprirsi coraggiosamente alle incognite e alle possibili ricchezze dell’incontro con l’altro è la rana, che all’inscindibile connubio tra rischio e opportunità vuole aprirsi, sceglie di aprirsi, a dimostrazione che ogni cosa è tutt’altro che già scritta. La favola non sembra raccontare tanto l’impossibilità del cambiamento, ma la sua difficoltà. Sembra mettere la difficoltà al cambiamento dialetticamente in relazione con l’esigenza di proiettarsi al di là di sé stessi per poter raggiungere l’altro e con l’altro anche noi; fa riflettere sui rischi e le possibilità, la necessità di proteggersi ma anche quella di crescere, le paure e il fascino, racchiusi da queste due ambi-tendenze.

Quando incontro un paziente per la prima volta mi chiedo quante strade abbiano percorso i suoi pensieri, quanti erti sentieri le sue emozioni, quanti fatica paura e coraggio ci sia dietro una scelta che mette tutto in discussione, che significa camminare su un sentiero nuovo e sconosciuto. Non è facile e non si può rimproverargli di non averlo fatto prima, perché prima non avrebbe probabilmente potuto, ma piuttosto complimentarsi di essere riuscito a farlo ora, complimentarsi per il prendersi il rischio di uscire dal sentiero battuto invece di continuare a calpestare le proprie orme in circolo, o invece di cedere alla più facile tentazione di fare il pendolare tra posti in cui trovare una nuova vita o tra ‘filosofie’ che portano risposte dall’alto buone per tutti (e quindi forse per nessuno) invece di permettere che emergano da dentro sé stessi. Se lo scorpione rappresenta la paura di cambiare, la rana potrebbe simboleggiare l’incauta fuga in avanti. Quello che si potrebbe rimproverare alla rana è infatti non aver nuotato dentro di sé prima di partire all’avventura con un altro anonimo: il problema infatti non era che l’altro fosse diverso da lei, ma che era sconosciuto fino ad essere appunto anonimo; il problema era che lei stessa non si conosceva abbastanza da capire perché avesse bisogno di partire per un viaggio con uno sconosciuto prima d’incontrarlo per conoscerlo.


Prima di partire per un viaggio di vita, anche geografico, forse sarebbe infatti importante intraprenderne uno dentro di noi, alla nostra scoperta, perché il luogo verso cui viaggiare possa essere una meta che scegliamo in virtù dei nostri bisogni e desideri e non una fuga nella speranza che qualcosa o qualcuno ci salvi in nostra vece, speranza di non essere catturati da qualcosa che non può mai essere davvero lasciato indietro se prima non è conosciuto e incontrato: quando non si dice addio non si parte mai davvero. I viaggi permettono di conoscere meglio i nostri compagni di viaggio e un buon compagno di viaggio permette di conoscere meglio persino noi stessi, ma all'inizio per non accompagnarsi al compagno sbagliato è meglio capire qualcosina di sé perché questo ci permetterà di capire almeno un po’ di cose di quel potenziale compagno e se quel viaggio insieme, pur con tutte le imprescindibili incognite, potrebbe rivelarsi più facilmente un inutile rischio oppure un'opportunità.

Ci sono insomma scorpioni di ogni tipo e rane di ogni tipo, perché ognuna di esse ha una diversa storia, e sarebbe un errore ridurla a una natura o a un ambiente comuni a tutti gli scorpioni e a tutte le rane, o peggio ad una comune storia che invece per definizione è personale e irripetibile. Nessuna rana o scorpione ha un destino immutabile scritto dalla natura o dall'ambiente che è toccato loro in sorte, seppure entrambe le cose siano variabili importantissime di cui bisogna tenere sempre conto. Non è però solo questione di biologia, di società e cultura, ma anche di relazioni e della possibilità e capacità di farsi in parte protagonista della propria storia.

Le relazioni ci cambiano ma, soprattutto da un certo punto in poi, anche noi possiamo avere un'influenza su quelle relazioni che hanno influenza su di noi, in un complicato gioco di riverberi. Anzi una relazione riuscita cambia entrambe le persone. Non è mera questione d'influenzare l'altro. L'acqua e l'idrogeno incontrandosi scoprono della loro potenzialità di essere anche acqua senza smettere di essere idrogeno e ossigeno, e l'acqua a sua volta potrebbe diventare altre cose ancora se avesse consapevolezza di cosa significhi potenzialmente essere acqua e le sue implicazioni. Relazione è un filo, e i fili hanno due estremità. Ed ogni filo è intrecciato ad altri fili, altre relazioni: un ordito che, soprattutto da piccoli, ha un ruolo importantissimo nel definire chi siamo e chi non possiamo essere, ma è un ordito in cui abbiamo ancora e sempre ampi margini di libertà, in cui noi pure scriviamo la nostra storia, un ordito che dal nostro scrivere può essere in parte ridisegnato o allargato e mutato per diventare forse non qualsiasi cosa ma sicuramente altro rispetto a quello che sembrava destinato a farci essere malgrado noi.


C'è chi si sente come un criceto destinato a girare la ruota di una quotidianità sempre identica che infine appare una gabbia, stando in mezzo a persone che pensando di sapere tutto di lui o lei e che quindi finiscono con l'essere percepite come ulteriori sbarre. C'è chi cerca di sfuggire a questo senso d'ineluttabilità facendo le valigie e cambiando città o nazione. Ma quell'intreccio (di biologia e cultura e relazioni e noi stessi) che ha contribuito a renderli chi loro sono, è insito non solo al loro ambiente, alla loro città e alla loro nazione, ma ormai anche alla loro mente, perché la loro mente fa parte di quell'intreccio e non ne è solo il prigioniero.

Ad esempio spesso nel nuovo posto ci si porterà le vecchie convinzioni su se stessi, e dopo non molto tutto rischierà di apparire cambiato eppure identico. Altre volte si potrebbe scoprire che andare in un posto nuovo ha davvero cambiato il proprio destino. Ha ad esempio un effetto benefico per la prima volta dopo anni sentire di non essere dagli altri definiti a priori come scorpioni o rane, e ciò potrebbe far certamente sentire abbastanza liberi da autorizzarsi a mettere in gioco anche altre parti di sé nascoste o potenziali. Ma in ogni caso ogni cambiamento è tale se riusciamo a trovare con pazienza e fatica un modo per mettere anche noi stessi tra le variabili che influenzano la nostra vita, così cominciando o ricominciando a scrivere la nostra storia invece di essere solo il personaggio di un copione già apparentemente scritto. E' un'operazione però non semplice che implica un faticoso percorso di conoscenza e la nuova consapevolezza di dover affrontare vecchie paure senza la tentazione di utilizzare altrettanto vecchi schemi che seppure ci fanno soffrire sono il solo modo che a lungo abbiamo conosciuto per difenderci e per affrontare la vita. Un percorso del genere non lo si fa mai da soli, come non è in solitudine che si è diventati quello scorpione e quella rana che hanno finito col nascondere agli altri (e talvolta persino a sé stessi) tutto il resto che sono.


La natura segna i limiti del nostro mondo personale ma tutto ciò che possiamo costruirci in quei limiti è da definire (seppure la cultura contribuisca a indirizzare il nostro sguardo e alcune delle nostre scelte). In tutto ciò, come detto prima, noi stessi e i nostri legami (legami che non imprigionino ma che piuttosto ci assicurino a qualcosa di certo mentre affrontiamo una scalata difficile) possono cambiare le cose. E poi a un certo della 'favola' (si fa per dire) scientifica si scopre che natura e cultura non sono poi così agli antipodi. Recenti scoperte delle neuroscienze ci dicono che certe esperienze ci cambiano non solo dal punto di vista psicologico ma che questo cambiamento ha un corrispettivo nel cervello. Le relazioni, tra le altre cose, cambiano impercettibilmente ma in modo significativo le connessioni neuronali. Potremmo giocare a dire che incontrare qualcuno cambia la nostra mente e quindi il nostro cervello e che noi cambiamo la mente e il cervello dell'altro che c'incontra. Se così non fosse certi incontri della nostra vita, in rare ma bellissime occasioni, non attiverebbero o catalizzerebbero certi cambiamenti importantissimi, che sono davvero qualcosa di simile allo scoprire di poter essere acqua invece che gas (dell'acqua si dice poi che abbia memoria). Se così non fosse la psicoterapia, che è innanzitutto un incontro (seppure di un tipo particolare) con un' altra persona, non avrebbe una capacità mutativa che necessita invece di qualcosa di più di un semplice incontrare un differente o più esperto punto di vista.

Essere una rana o uno scorpione è solo una parte della storia, non è la storia. Prima di rassegnarsi al fatto di essere una rana o uno scorpione non vorreste sapere se lo siete davvero e cos'altro siete stati e potreste essere?




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