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La complicata arte di abitare lo sguardo

Aggiornato il: giu 17


Il dipinto di Diego Velàsquez intitolato Las Meninas formalmente ritrae la famiglia reale spagnola e alcuni personaggi della loro corte. Ma in un certo senso ritrae anche una cosa apparentemente banale e intangibile come l’atto di osservare.

La prima particolarità sta nel fatto che il ritratto è per così dire scomposto. Una parte della famiglia, l’Infanta, è posta di fronte all’osservatore, al centro del quadro, ma l’altra parte, il re e la regina, è ritratta di rimbalzo ovvero la si può vedere solo riflessa in uno specchio in lontananza.

La seconda particolarità è che nel ritratto è presente il pittore presumibilmente nell’atto di creare proprio Las Meninas. Gli occhi del pittore e lo sguardo del pittore non sembrano nello stesso posto. Anzi, come vedremo, guardare il pittore dentro il suo quadro (invece di doverci limitare a immaginarlo fuori da esso) sembra ulteriormente suggerire che la prospettiva da cui la scena è ritratta non è davvero quella del pittore ma forse di qualcun altro.

La terza particolarità sta nel fatto che le persone ritratte avrebbero dovuto essere il pubblico più che i protagonisti della scena. Essi guardano il presunto soggetto del quadro, ovvero la coppia reale mentre posa, che però si vede solo specchiato in lontananza: per cui i comprimari finiscono con l’essere i protagonisti del ritratto, ritrattista compreso, e i reali diventano periferici, un riflesso lontano. Eppure quasi tutti i soggetti in primo piano fissano i reali seppure quasi essi non si vedano: allora quali sono i protagonisti del quadro? quelli al centro della scena o quelli fuori dalla scena? Ogni cosa sembra di nuovo ribaltata o sul punto di ribaltarsi.

Tutti i soggetti ritratti, artista compreso, guardano la coppia reale e la coppia reale presumibilmente guarda tutti loro. Di più: così dipinta la scena sembra vista con lo sguardo della coppia reale. Ma lo sguardo dei reali è posto esattamente nel nostro medesimo punto di osservazione: noi siamo dove sulla scena starebbero il re e la regina. Potremmo dire che siamo nel punto dove loro posano o avevano posato: passato e presente sembrano pericolosamente diventare tangenti fino a quasi toccarsi.

Tutti quei personaggi dunque stanno davvero fissando il re e la regina o forse stanno guardando proprio noi? Questo crea una specie di vertigine. Tutti i soggetti ritratti sembrano guardare noi ma questo noi non si capisce più se essere il noi per come lo conosciamo o se invece essere “noi” vuol dire essere per quell’istante il re o la regina. Si potrebbe finire col sentirsi addirittura sia l’una cosa che l’altra, sia noi che loro, sia presente che passato. E forse altro ancora: perché lo sguardo è sia il nostro, che quello dei reali, ma è anche quello del pittore: egli ha infatti reificato (in tutti i sensi) il suo sguardo negli occhi dei reali per potersi guardare nell’atto di creare, ma il suo sguardo è anche nei nostri occhi di osservatori; il nostro nel suo e nel loro; il loro nel nostro; eccetera. Io/Noi: la prima persona può essere cosa assai complicata.

Questo dipinto sembra suggerire innumerevoli cose, più di quante possiamo qui elencare.

Innanzitutto sembra suggerire che è impossibile osservare senza essere osservati, che osservatore e osservato non sono ruoli fissati per sempre, si è sempre sia l’uno che l’altro.

Suggerisce inoltre che è impossibile osservare con neutralità ovvero senza influenzare la realtà osservata e senza esserne influenzati (cosa dimostrato anche dalla fisica, per primo Heisenberg).

Non solo è difficile mantenere la distinzione tra soggetto e oggetto dell’osservazione ma anche tra protagonisti e comprimari. Nella stanza analitica ci sono due persone nella loro interezza e, pur nella diversità dei ruoli, parimenti coinvolti.

Suggerisce che chi siamo non è sempre pacifico come vorremmo credere, che ci sono innumerevoli sguardi nei nostri occhi, che i nostri sguardi riflettono sia la nostra storia sia il presente di chi abbiamo di fronte, e addirittura riflettono i nostri sguardi riflessi nei loro in un complicato gioco di influenze reciproche e di reciproche inferenze.

Chi siamo e chi crediamo di essere sono insomma rappresentazioni meno definite e definibili di quanto vorremmo. Con che occhi guardiamo? Quando ci guardano chi stanno guardando o chi credono di guardare gli altri? Paradossalmente quando consapevolmente indossiamo una maschera potremmo finire con l’avere più certezze di quando pensiamo di essere noi stessi: essere se stessi può essere più complicato che fingere di essere qualcuno. Ma indossare perennemente una maschera finirebbe col soffocarci. La soluzione forse è diventare consapevoli di quali sono gli sguardi che ci abitano per emanciparcene e dare davvero il proprio nome al nostro dire "io".


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Studio di psicologia

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