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Se la psicoterapia fosse una canzone



Una canzone è, tra le altre cose, un’organizzazione non casuale di suoni e silenzi. L’esecuzione tecnica di una canzone è importante ma non esaurisce l’elenco delle cose indispensabili affinché una canzone funzioni ovvero ci coinvolga e in un certo senso ci faccia sentire che parla non solo a noi ma di noi. E’ esperienza comune come una canzone eseguita perfettamente ma per così dire “senza anima” risulti meno piacevole all’ascolto di una eseguita meno bene ma emozionata ed emozionante. D’altro canto il mondo interiore di un artista ha bisogno dell’albero di trasmissione di una buona tecnica affinché la propria emozione diventi emozione condivisa con chi ascolta: è la combinazione di quel mondo interiore e della capacità anche tecnica di esprimerlo che insieme compongono la sua arte.


La psicoterapia, similmente ad una canzone, è fatta di un insieme di cose inscindibili tra loro se si vuole che funzioni.

Come per la musica il corretto e buon utilizzo delle sue tecniche è indispensabile ma insufficiente: queste tecniche sono messe in opera da una persona unica che è lo psicoterapeuta in una relazione originale con una persona altrettanto unica che è il paziente. Nessuna tecnica che prescinda da questa semplice verità avrà durevole efficacia; ovvero non farà un lavoro utile fino in fondo un terapeuta che metta in atto gli stessi “copioni” terapeutici con tutte le persone prescindendo dal rapporto che con ognuno di essa dovrebbe essere irripetibile: non si crea una relazione con un sintomo ma con una persona, ed è la relazione che sostiene le tecniche terapeutiche.


Nella psicoterapia come in una canzone c’è un testo, cioè ciò che viene detto a parole. Tramite le parole vengono chieste e date informazioni, condivise esperienze e ricordi, timori e speranze, emozioni, si narrano e in un certo qual modo si riscrivono storie di vita. Ma la lettura delle strofe prive di musica, anche delle canzoni con i testi più belli, significa perdere un intero livello di comunicazione di un mondo altrimenti indicibile a parole. In psicoterapia, come in una canzone, il senso più profondo o ulteriore delle parole, il modo in cui ci risuonano dentro, sta nelle sue componenti per così dire musicali: il suo tempo e i suoi ritmi, l’armonia dei suoni, gli unisoni e i contrappunti, soprattutto la sua melodia che dà una fisionomia riconoscibile a ciò che succede tra paziente e terapeuta.

In una psicoterapia la melodia, che dà il vero senso alle parole condivise, è soprattutto assimilabile alla relazione che si instaura tra terapeuta e paziente. Con l’andare del tempo la relazione tra paziente e terapeuta mostra sempre più le caratteristiche di una relazione speciale che non ha corrispettivo con quelle della vita quotidiana. Succede che questa relazione cominci a funzionare su due piani diversi ma embricati. Nella relazione con il terapeuta spesso il paziente si comporta come nelle altre relazioni significative della sua vita: gli strumenti e la chiave musicale sono diversi ma la melodia è sempre riconoscibile. Ma la relazione tra terapeuta e paziente ha caratteristiche sue proprie, peculiari, ed inoltre è o dovrebbe essere improntata ad un maggiore consapevolezza. Il paziente si ritrova a stare in una relazione simile ad altre del suo passato e del suo presente ma al contempo è in una relazione assolutamente nuova e diversa da tutte le altre che ha conosciute. Questo continuo entrare e uscire da ognuno di questi piani per entrare nell’altro e viceversa, finisce per farci capire e sentire molte cose e a dare un ulteriore senso a quanto ci si dice.

A volte terapeuta e paziente si ritroveranno a cantare all’unisono, altre volte il terapeuta unirà la propria voce per sostenere o sottolineare quella del paziente, altre volte ancora farà da contrappunto e sembrerà apparentemente cantare tutt’altra musica, ed altre volte davvero ci saranno delle serie perdite di sintonia o delle stonature che incrinano la canzone. Anche questi momenti però se riconosciuti e ricomposti saranno utili e insegneranno molto dando più pienezza alla musica una volta che la sintonia sarà riconquistata. E così via. Insomma si tratta di pochi minuti, ma in una canzone e in una seduta succedono davvero tantissime cose.


L’obiettivo di tutto ciò non è solo di “aggiustare un sintomo” quasi fosse uno strumento rotto che rovina la sinfonia vitale del paziente. La meta finale è quella che il paziente diventi capace di suonare la sua melodia aggiungendo sempre più variazioni sul tema, liberandola da stereotipie, fino a rendendola ancora riconoscibile eppure ormai veramente nuova; capace ormai di improvvisazioni creative che gli faranno sentire di essere continuamente l’autore di una musica a cui sì appartiene ma che anche gli appartiene. E in tutto ciò il viaggio che crea e racconta la nostra musica, come si diceva altrove, è inscindibile dalla meta, perché è proprio durante il viaggio (di certo non sempre facile, ma diversamente la canzone risulterebbe sterile e ripetitiva) che si diventa più liberi di cantare la propria originalissima musica, quella che esprime chi siamo.

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Studio di psicologia

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