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  • La favola dello scorpione che non era uno scorpione e della rana che non era una rana

    C'è una favola, raccontata da Esopo, che narra le vicende di una rana e di uno scorpione. E' una favola che ho ritrovato citata in molti film e serie tv, quindi è possibile che se non l'abbiate letta l'abbiate almeno ascoltata. Per chi invece non la conoscesse provo a riassumerla. Uno scorpione volendo guadare un fiume chiede ad una rana di permettergli di salirle sul dorso e di portarlo sulla riva opposta visto che, essendo uno scorpione, lui non sa nuotare. La rana declina gentilmente la richiesta intimorita dalla possibilità che lo scorpione potesse pungerla. Lo scorpione oppone però al timore del piccolo anfibio una logica apparentemente inattaccabile: "Perché dovrei farlo? Se lo facessi morirei anch'io annegato". La rana è persuasa dalla sensatezza di quanto detto dallo scorpione e così accetta di portarlo dall'altra parte del fiume. A metà della traversata sente qualcosa pungerla e realizza sgomenta di essere appena stata avvelenata dallo scorpione. Incredula gli si rivolge chiedendogli perché lo avesse fatto: "Ora moriremo entrambi". Lo scorpione con un tono ineluttabile risponde: "E' vero, moriremo entrambi. Ma non ho potuto farne a meno: questa è la mia natura". La morale che comunemente si attribuisce alla favola riguarda l’impossibilità di contrastare, nel bene (?) o nel male, le proprie inclinazioni: aggressività o gentilezza o ingenuità, sembrerebbero destinate all'immutabilità e per giunta forse innate. Naturalmente alcuni di voi potrebbero essere d'accordo con questa morale ma altri opporvisi e ribattere che gli uomini non sono rane o scorpioni e che hanno ampi margini di scelta per contrastare certe proprie inclinazioni. Io credo che in realtà tutte e due le considerazioni siano parzialmente inesatte. Proverò ad illustrarvi una terza possibilità. Ognuno di noi credo abbia incontrato delle persone che sembrano drammaticamente incarnare l'esattezza della favola raccontata da Esopo. Magari l'amico che finisce sempre a letto con donne con cui non instaura mai una relazione duratura le quali magari, per chiudere il cerchio, a loro volta finiscono sempre a letto con uomini che non rimarranno mai lì per loro. Oppure l’amico che soffre per essersi fidato di una persona che a chiunque altro sembrava una serpe e che finisce nuovamente e sempre nelle spire asfissianti o velenose di quella o di un'altra serpe. Ma senza arrivare ad esempi eclatanti credo che ognuno di noi a volte abbia avuta la sensazione di ritrovarsi con spiacevole frequenza in situazioni fin troppo simili come se si avesse una sorta di radar interno che ci permettesse di scovarle e un magnete che ci attirasse inevitabilmente ad esse. E per quanto ci siano situazioni o aspetti di noi che non ci fanno star bene spesso ci sembra un compito quasi impossibile fare qualcosa per rompere quel cerchio che si ripete e da cui vorremmo uscire. Non nasciamo però semplicemente rane o scorpioni. La natura è a volte abusata altre usata come pretesto per non sentirsi responsabili delle conseguenze delle proprie scelte. A qualcun altro verrà la tentazione di dire che è vero non nasciamo rane o scorpioni e che è il mondo a renderci tali: ma anche questa versione sembra intrappolarci in un destino già scritto che di diverso ha solo il nome. La genetica incontra sempre un ambiente familiare e sociale e una cultura, ma quando iniziamo a fare storia, cioè a fare scelte, a conoscere e farci conoscere e facendoci conoscere a conoscerci ancora di più, e così via, ad incontrare amici e nemici e persone indifferenti, e a fare insomma tutto ciò che è vita, a un certo punto succede che in qualche modo noi possiamo diventare un ulteriore fattore di cambiamento per noi stessi. E' vero però che è cosa tutt'altro che lineare o semplice e non è un processo privo d’incidenti. Ci sono persone ad esempio che non avrebbero mai saputo pungere con tale incredibile letalità, o pungere sempre e comunque, se da bambini non avessero imparato che le mani degli altri sono fatte solo per ferire. Saranno forse da adulti scorpioni che finiranno col difendersi da ogni mano e quindi anche da quelle che potrebbero dar loro delle carezze (e che magari a un certo punto rinunciano a trovare un modo di accarezzare senza farsi pungere): il pungiglione che doveva difenderli finisce col ferirli, col condannarli ad annegare o a restare soli, li condanna ad aver ragione nella loro convinzione che le persone sanno solo esserci per ferirli oppure non esserci affatto abbandonandoli. Ma gli scorpioni, che sia a causa della natura o per colpa dell'ambiente, sono davvero destinati ad essere scorpioni? Ci sono scorpioni invece che pungono per paura, perché pungere la rana (che qualcuno chiamerebbe naturalmente stupida e qualcun altro naturalmente generosa) gli permette di sostenere una personale finzione facendogli dimenticare che per un rapace lui è un insignificante boccone (perché magari per tutta una vita lo hanno fatto sentire un insetto). Tutto l'odio che troviamo su internet può fare davvero del male, e il fatto che sia anonimo e condiviso da altri haters non rende meno responsabili del male che fa, ma se non fosse per questo la cosa che sarebbe evidente è come molti (anche se non tutti) di questi haters siano loro stessi 'addolorati dalla vita' e però non possono permettersi di riconoscerlo: per alcuni è di gran lunga preferibile odiare che, ad esempio, essere tristi. La rabbia è spesso una grande mistificatrice di emozioni: ad esempio attaccare le rane può essere solo una distrazione per non sentirsi privi di controllo sulla propria vita o ancora insicuri e piccoli o spaventati o invidiosi o feriti o violati. Alcuni non si sentiranno mai responsabili della propria rabbia e delle sue conseguenze: si diranno che sono le vittime le responsabili del male che si sono “meritate”, della conseguenze rabbia che “attirano” a sé. Nella savana si può provare a fuggire da un leone ma nelle città e nelle proprie menti come si fugge da ciò che ci spaventa? Rendere gli altri vittime a volte ci salva dal non sentirci vittime noi stesse, ma è un'inconsapevole bugia che condanna infine lo scorpione quanto la rana. Talune rane poi, a differenza di quella della favola, in realtà hanno anche gli strumenti per proteggersi dagli scorpioni. Uno scorpione che invece non voglia vedere non può difendersi da se stesso e prima poi in qualche modo dovrà fare i conti con le conseguenze di quella modalità di non riconoscere parti di sé, insomma con la propria stessa coda pungente. Ci sono scorpioni che pungono rane per una vita intera per convincersi di essere coraggiosi: ma solo alcuni di loro decidono di chiedersi il vero perché della propria rabbia invece d’imputarla agli altri, e in quel momento sono coraggiosi per la prima e non ultima volta nella loro vita. Il punto però non è quello di decidere chi sia meglio, se lo scorpione o la rana. Quello che distingue la rana dallo scorpione non è neppure che una è preda e l'altro è predatore, dato che come visto i comportamenti possono nascondere altre verità (una rana ad esempio potrebbe essere rana per paura di scoprirsi scorpione). In un certo senso non c'è nessuna aprioristica differenza tra loro: entrambi possono essere vittime di loro stessi, o di loro stessi artefici. Prima d’imbarcarsi nel viaggio e attraversare l'acqua avrebbero però dovuto specchiarsi in essa, guardarsi, capirsi meglio: un viaggio inconsapevole è più spesso nocivo che avventuroso ed infatti la rana ha riconosciuto la logica delle parole dello scorpione ma non poteva conoscerne la 'logica' emotiva perché non ne conosceva, non tanto la natura, ma la storia, non conosceva i veri bisogni dello scorpione ma anche i veri motivi del proprio essere rana. E lo scorpione avrebbe dovuto (ma non poteva) conoscersi sufficientemente da sapere che stava condannando sé e l'altra; che non era ancora pronto ad incontrare qualcuno così altro da sé perché lui stesso non sapeva bene chi fosse: dire alla fine che il pungere era la propria natura era più che altro auto-giustificatorio e consolatorio. Se poi si vuole prendere per vera la morale della favola allora bisognerebbe riflettere sul fatto che sì, lo scorpione potrebbe testimoniare che non si può cambiare la propria natura, ma la rana cosa testimonia? La rana per natura avrebbe dovuto resistere ad ogni argomentazione perché la natura invariabilmente le avrebbe detto di tenersi lontana se non si scappare. Delle due creature quella che sembra aprirsi coraggiosamente alle incognite e alle possibili ricchezze dell’incontro con l’altro è la rana, che all’inscindibile connubio tra rischio e opportunità vuole aprirsi, sceglie di aprirsi, a dimostrazione che ogni cosa è tutt’altro che già scritta. La favola non sembra raccontare tanto l’impossibilità del cambiamento, ma la sua difficoltà. Sembra mettere la difficoltà al cambiamento dialetticamente in relazione con l’esigenza di proiettarsi al di là di sé stessi per poter raggiungere l’altro e con l’altro anche noi; fa riflettere sui rischi e le possibilità, la necessità di proteggersi ma anche quella di crescere, le paure e il fascino, racchiusi da queste due ambi-tendenze. Quando incontro un paziente per la prima volta mi chiedo quante strade abbiano percorso i suoi pensieri, quanti erti sentieri le sue emozioni, quanti fatica paura e coraggio ci sia dietro una scelta che mette tutto in discussione, che significa camminare su un sentiero nuovo e sconosciuto. Non è facile e non si può rimproverargli di non averlo fatto prima, perché prima non avrebbe probabilmente potuto, ma piuttosto complimentarsi di essere riuscito a farlo ora, complimentarsi per il prendersi il rischio di uscire dal sentiero battuto invece di continuare a calpestare le proprie orme in circolo, o invece di cedere alla più facile tentazione di fare il pendolare tra posti in cui trovare una nuova vita o tra ‘filosofie’ che portano risposte dall’alto buone per tutti (e quindi forse per nessuno) invece di permettere che emergano da dentro sé stessi. Se lo scorpione rappresenta la paura di cambiare, la rana potrebbe simboleggiare l’incauta fuga in avanti. Quello che si potrebbe rimproverare alla rana è infatti non aver nuotato dentro di sé prima di partire all’avventura con un altro anonimo: il problema infatti non era che l’altro fosse diverso da lei, ma che era sconosciuto fino ad essere appunto anonimo; il problema era che lei stessa non si conosceva abbastanza da capire perché avesse bisogno di partire per un viaggio con uno sconosciuto prima d’incontrarlo per conoscerlo. Prima di partire per un viaggio di vita, anche geografico, forse sarebbe infatti importante intraprenderne uno dentro di noi, alla nostra scoperta, perché il luogo verso cui viaggiare possa essere una meta che scegliamo in virtù dei nostri bisogni e desideri e non una fuga nella speranza che qualcosa o qualcuno ci salvi in nostra vece, speranza di non essere catturati da qualcosa che non può mai essere davvero lasciato indietro se prima non è conosciuto e incontrato: quando non si dice addio non si parte mai davvero. I viaggi permettono di conoscere meglio i nostri compagni di viaggio e un buon compagno di viaggio permette di conoscere meglio persino noi stessi, ma all'inizio per non accompagnarsi al compagno sbagliato è meglio capire qualcosina di sé perché questo ci permetterà di capire almeno un po’ di cose di quel potenziale compagno e se quel viaggio insieme, pur con tutte le imprescindibili incognite, potrebbe rivelarsi più facilmente un inutile rischio oppure un'opportunità. Ci sono insomma scorpioni di ogni tipo e rane di ogni tipo, perché ognuna di esse ha una diversa storia, e sarebbe un errore ridurla a una natura o a un ambiente comuni a tutti gli scorpioni e a tutte le rane, o peggio ad una comune storia che invece per definizione è personale e irripetibile. Nessuna rana o scorpione ha un destino immutabile scritto dalla natura o dall'ambiente che è toccato loro in sorte, seppure entrambe le cose siano variabili importantissime di cui bisogna tenere sempre conto. Non è però solo questione di biologia, di società e cultura, ma anche di relazioni e della possibilità e capacità di farsi in parte protagonista della propria storia. Le relazioni ci cambiano ma, soprattutto da un certo punto in poi, anche noi possiamo avere un'influenza su quelle relazioni che hanno influenza su di noi, in un complicato gioco di riverberi. Anzi una relazione riuscita cambia entrambe le persone. Non è mera questione d'influenzare l'altro. L'acqua e l'idrogeno incontrandosi scoprono della loro potenzialità di essere anche acqua senza smettere di essere idrogeno e ossigeno, e l'acqua a sua volta potrebbe diventare altre cose ancora se avesse consapevolezza di cosa significhi potenzialmente essere acqua e le sue implicazioni. Relazione è un filo, e i fili hanno due estremità. Ed ogni filo è intrecciato ad altri fili, altre relazioni: un ordito che, soprattutto da piccoli, ha un ruolo importantissimo nel definire chi siamo e chi non possiamo essere, ma è un ordito in cui abbiamo ancora e sempre ampi margini di libertà, in cui noi pure scriviamo la nostra storia, un ordito che dal nostro scrivere può essere in parte ridisegnato o allargato e mutato per diventare forse non qualsiasi cosa ma sicuramente altro rispetto a quello che sembrava destinato a farci essere malgrado noi. C'è chi si sente come un criceto destinato a girare la ruota di una quotidianità sempre identica che infine appare una gabbia, stando in mezzo a persone che pensando di sapere tutto di lui o lei e che quindi finiscono con l'essere percepite come ulteriori sbarre. C'è chi cerca di sfuggire a questo senso d'ineluttabilità facendo le valigie e cambiando città o nazione. Ma quell'intreccio (di biologia e cultura e relazioni e noi stessi) che ha contribuito a renderli chi loro sono, è insito non solo al loro ambiente, alla loro città e alla loro nazione, ma ormai anche alla loro mente, perché la loro mente fa parte di quell'intreccio e non ne è solo il prigioniero. Ad esempio spesso nel nuovo posto ci si porterà le vecchie convinzioni su se stessi, e dopo non molto tutto rischierà di apparire cambiato eppure identico. Altre volte si potrebbe scoprire che andare in un posto nuovo ha davvero cambiato il proprio destino. Ha ad esempio un effetto benefico per la prima volta dopo anni sentire di non essere dagli altri definiti a priori come scorpioni o rane, e ciò potrebbe far certamente sentire abbastanza liberi da autorizzarsi a mettere in gioco anche altre parti di sé nascoste o potenziali. Ma in ogni caso ogni cambiamento è tale se riusciamo a trovare con pazienza e fatica un modo per mettere anche noi stessi tra le variabili che influenzano la nostra vita, così cominciando o ricominciando a scrivere la nostra storia invece di essere solo il personaggio di un copione già apparentemente scritto. E' un'operazione però non semplice che implica un faticoso percorso di conoscenza e la nuova consapevolezza di dover affrontare vecchie paure senza la tentazione di utilizzare altrettanto vecchi schemi che seppure ci fanno soffrire sono il solo modo che a lungo abbiamo conosciuto per difenderci e per affrontare la vita. Un percorso del genere non lo si fa mai da soli, come non è in solitudine che si è diventati quello scorpione e quella rana che hanno finito col nascondere agli altri (e talvolta persino a sé stessi) tutto il resto che sono. La natura segna i limiti del nostro mondo personale ma tutto ciò che possiamo costruirci in quei limiti è da definire (seppure la cultura contribuisca a indirizzare il nostro sguardo e alcune delle nostre scelte). In tutto ciò, come detto prima, noi stessi e i nostri legami (legami che non imprigionino ma che piuttosto ci assicurino a qualcosa di certo mentre affrontiamo una scalata difficile) possono cambiare le cose. E poi a un certo della 'favola' (si fa per dire) scientifica si scopre che natura e cultura non sono poi così agli antipodi. Recenti scoperte delle neuroscienze ci dicono che certe esperienze ci cambiano non solo dal punto di vista psicologico ma che questo cambiamento ha un corrispettivo nel cervello. Le relazioni, tra le altre cose, cambiano impercettibilmente ma in modo significativo le connessioni neuronali. Potremmo giocare a dire che incontrare qualcuno cambia la nostra mente e quindi il nostro cervello e che noi cambiamo la mente e il cervello dell'altro che c'incontra. Se così non fosse certi incontri della nostra vita, in rare ma bellissime occasioni, non attiverebbero o catalizzerebbero certi cambiamenti importantissimi, che sono davvero qualcosa di simile allo scoprire di poter essere acqua invece che gas (dell'acqua si dice poi che abbia memoria). Se così non fosse la psicoterapia, che è innanzitutto un incontro (seppure di un tipo particolare) con un' altra persona, non avrebbe una capacità mutativa che necessita invece di qualcosa di più di un semplice incontrare un differente o più esperto punto di vista. Essere una rana o uno scorpione è solo una parte della storia, non è la storia. Prima di rassegnarsi al fatto di essere una rana o uno scorpione non vorreste sapere se lo siete davvero e cos'altro siete stati e potreste essere?

  • La vera storia di Peter Pan

    E’ assai probabile che conosciate la storia di Peter Pan, il bambino che non voleva crescere, a capo dei Bambini Sperduti che avevano preferito abbandonare il loro mondo e le proprie famiglie per seguire Peter sull’Isola che non c’è; mentore dei fratellini Darling portati sull’isola ad affrontare insieme a Peter i temibili pirati; amico della gelosa fata Trilli; Peter Pan l’inconsapevole alleato del coccodrillo che ha in pancia un orologio che ricorda al comune nemico, il pirata Uncino, che il suo tempo prima o poi giungerà a compimento. E’ anche probabile che abbiate sentito parlare della Sindrome di Peter Pan con cui ci si riferisce a quella condizione per la quale persone adulte sembrano rimanere fondamentalmente immature ed egocentriche, incapaci di prendersi delle responsabilità e di diventare davvero indipendenti. Il nome Peter Pan è diventato sinonimo da un lato di spensieratezza che vuole resiste alle costrizioni di un’adultità vista come sostanziale privazione di libertà; dall’altro d’incapacità di maturare e in definitiva diventare una persona compiuta. Eppure mi sembra che la storia di Peter Pan racconti ben altro e che forse, in parte, possa illuminare diversamente anche la storia di chi viene detto affetto dalla cosiddetta sindrome di Peter Pan. Davvero la storia di Peter Pan è semplicemente una narrazione sul voler restare in una spensierata fanciullezza? Eppure basterebbe preliminarmente pensare che in questa storia ci sono rapimenti, tradimenti, gelosia, invidia, duelli, ragazzini che rischiano la vita. Bambini lasciati soli a sfidare i pericoli della spensierata isola che non c’è, spensierata nel senso che l’azione sostituisce il pensiero: non ci si può fermare a pensare, non solo perché tutto accade molto velocemente ma perché a quel punto ci si dovrebbe pensare soli. I bambini che abitano l’Isola che non c’è non appaiono liberi nella spensieratezza di un’infanzia che si vuole protrarre indefinitamente. Mi sembrano piuttosto prigionieri della loro presunta libertà ovvero dell’essere stati lasciati soli. Non sappiamo molto delle storie dei Bambini Sperduti che hanno scelto di vivere una vita sostanzialmente da orfani, ma penso che sia significativo che si chiamino “Bambini Sperduti” invece che ad esempio “Bambini liberi”. Pensiamo poi agli adulti presenti nella storia. I genitori dei fratellini Darling, che hanno dimenticato le gioie e le fatiche di essere bambini. E’ Wendy che sembra occuparsi dei bisogni emotivi dei fratellini più dei genitori che piuttosto chiedono anzitempo ai loro figli, soprattutto a Wendy, di diventare ancor più precocemente adulti. I genitori di Wendy hanno dimenticato, o non hanno potuto imparare, che il percorso verso l’essere grandi è fatto di tappe tutte ugualmente fondamentali e imprescindibili in cui la relazione con i genitori è un fattore d’importanza vitale; hanno insomma dimenticato che l’essere adulti non può essere una mera scelta, men che mai una scelta dettata da altri o peggio il risultato di una traumatica irrilevanza della specificità del proprio essere bambini che stanno crescendo. Pensiamo ai genitori dei Bambini Sperduti. Non sappiamo nulla di loro, sono dei fantasmi, rilucono per la loro assenza. Forse erano già dei fantasmi evanescenti nelle loro funzioni genitoriali. Quale bambino preferirebbe vivere senza i propri genitori? I bambini perdonano praticamente quasi tutto ai propri genitori pur di non perdere un legame che è vitale. Accettare di essere dei bambini sperduti significa una rassegnazione oltre ogni speranza, la certificazione di essere già da lungo tempo dei bambini sperduti. Gli altri adulti della storia sono Capitan Uncino e i suoi pirati, che appunto sono pirati e non almeno corsari, un’idea di adultità soltanto egoistica e arrembante, per cui i bambini sono ostacoli ai propri scopi o al più strumenti per il loro raggiungimento. Anch’essi hanno dimenticato cosa significhi essere bambini e hanno annacquato nel rum ogni istinto di accudimento, altrimenti accoglierebbero quei bambini sperduti e se ne prenderebbero cura invece che fargli la guerra invidiosi di ciò che loro stessi hanno s-perduto nel diventare adulti, invidia che acceca la loro empatia e gli impedisce di vedere ciò di cui quei potenziali figli avrebbero bisogno. Non sappiamo nulla neppure della storia di questi pirati ma forse anch’essi in passato erano stati bambini sperduti. Di Capitan Uncino si dice che in passato fosse stato il secondo del pirata Barbarossa ma io ho un’altra teoria al riguardo. Nonostante la pervicace opposizione a crescere di Peter e la sua banda, credo che l’orologio che ticchetta nella pancia del coccodrillo scandisca l’inesorabilità di un’infanzia che se troppo protratta potrà anche non passare per l’adultità ma sicuramente è destinata a non restare infanzia: come un frutto colto troppo precocemente che andrà a male senza mai diventare maturo. Capitan Uncino, piuttosto che fare il pirata e navigare per mare, è come vincolato all’Isola che non c’è, pieno di rabbia verso un Peter Pan che gli somiglia più di quanto possa immaginare. Credo insomma che Peter Pan sia destinato a diventare Capitan Pan e i Bambini Sperduti siano la sua futura ciurma di pirati; e che tanto tempo prima Capitan Uncino fosse Uncino Pan, il predecessore di Peter, e i suoi pirati altrettanti piccoli bambini sperduti. Insomma la storia si ripete. Insomma la storia circolarmente si ripete come un coccodrillo che si morda la coda mentre ha in pancia un orologio che non smette di ticchettare. Peter Pan, quando i piccoli Darling glielo propongono, apparentemente non vuole essere adottato. Ma chi ha subito un grave trauma abbandonico o chi non ha mai fatto esperienza di una relazione di accudimento, è spesso costretto ad un’autonomia forzata, un’autonomia per così dire quasi letterale visto che etimologicamente autonomia significa “vivere con le proprie leggi”. Vivere con le proprie leggi è l’unico modo di sopravvivere quando non si è stati protetti dalla legge del padre e della madre, quando prima di essere autonomi non ci si è potuti sentire protetti e poi progressivamente indipendenti ma mai soli. “Autonomia” ricorda poi un’altra parola “autotomia”, che è quello che fanno le lucertole quando rinunciando alla coda sacrificano una parte di sé pur di sopravvivere. Come dimenticare poi che Pan fosse nella mitologia greca una divinità legata alla selvaggia e libera natura ma che fosse anche stato abbandonato dalla madre. Pan, dio silvano dal famigerato urlo spaventante (ma anche spaventato) da cui non a caso deriva la parola “panico”. Peter Pan è un bambino libero e selvaggio ma prima di tutto è un bambino abbandonato e segretamente spaventato che s’infila nelle situazioni più pericolose per convincersi di non aver paura o per dimenticare la cosa che più teme: di essere solo. I bambini hanno paura di essere abbandonati dai propri genitori molto più di quanto possano temere coccodrilli e pirati. Se poi sono stati effettivamente abbandonati, letteralmente oppure emotivamente, spesso la paura di restare nuovamente soli, se non li spinge a forme di dipendenza estrema, li spinge verso forme di estrema ma insicura autonomia. I ragazzi di oggi sembrano più vicini dei loro genitori ad un’idea di adolescenza che vuole restare libera e che non vuole crescere. Ma sembrano solo una diversa declinazione e gradazione dei Bambini Sperduti: non avendo quindi avuto esperienza del limite e della possibilità d’introiettare la legge genitoriale si ritrovano, più che indipendenti, costretti precocemente ad inventarsi una propria legge che non sanno come costruire, inconsapevolmente spaventati da una precoce assenza di limiti che nulla ha a che vedere con la libertà e che semmai li rende prigionieri del poter fare ciò che vogliono prima ancora di sapere chi possono e vogliono essere. Anche questa può essere una, solo più mascherata e meno estrema, forma di abbandono. I genitori dovrebbero essere vicini ai figli, non somigliargli. Vicinanza e somiglianza sono tutt’altro che equivalenti. Non c’è contraddizione né paradosso: per diventare indipendenti i figli devono diventare dissimili dai propri genitori; e i genitori devono essere stati molto vicini ai figli per consentire ai propri figli di essere un giorno molto lontani da loro senza per questo sentirsi soli. L’epilogo della storia racconta che Peter torna all’Isola che non c’è e che i Bambini Sperduti decidono di non farsi adottare. La nota di speranza giunge dal versante della storia apparentemente più normale ma per nulla banale: i piccoli Darling riconoscono che hanno ancora bisogno di un sano accudimento e di dover crescere con i tempi necessari; cosa più importante, sembrano capirlo anche i loro genitori che, forse non a caso, giungono infine a ricordare la propria infanzia, le avventure e i pericoli di quando erano essi stessi dei bambini. L’epilogo sembra insomma mostrare due delle possibili evoluzioni della storia di ogni infanzia. Peter Pan non è tanto la storia di un eterno bambino, ma di un bambino sperduto precocemente lasciato a cavarsela da solo, senza sicurezze e senza limiti. Peter Pan è un infelice e spaventato anacronismo. (Letture consigliate: Sàndor Ferenczi, "Diario clinico")

  • L’insostenibile leggerezza dell’ essere Charlie Brown

    In una striscia del fumetto Peanuts Charlie Brown spiega a Patty la giusta postura che deve tenere chi voglia essere depresso, quasi volesse rivendicare una sua filosofia di vita, un tentativo adattivo di stare in un mondo che non è fatto a misura dei bambini (ma forse neanche degli adulti): “La cosa peggiore che puoi fare è stare dritto e guardare verso l’alto, perché cominci a sentirti meglio”. In un’altra striscia spiega invece così a Lucy la sua paura di essere felice: “Perché ogni volta che si diventa troppo felici, accade sempre qualcosa di brutto”. Insomma stare piegati, spera Charlie Brown, permette di schivare i colpi della vita. Charlie Brown è uno dei personaggi principali dei Peanuts (Noccioline). E’ goffo, con una non altissima autostima, è pieno di ansie e insicurezze ma è anche pieno di speranze ed è un perdente testardo (insiste ad allenare una squadra di baseball che ha vinto due partite sulle quasi mille giocate). Non è preso sul serio neppure dal suo cane Linus, di cui deve subire il sarcasmo. Sembrerebbe essere un perdente di successo: tutti o quasi ne ignorano suggerimenti e iniziative ma tutti in vario modo ruotano attorno a lui. Più enzima socializzante che leader Charlie Brown è l’inconsapevole e indispensabile fulcro di una compagnia eterogenea di bambini un po’ lasciati a loro stessi dai genitori, tutti un po’ troppo cresciuti e che con le loro incongrue saggezze e idiosincrasie incarnano un ironico rispecchiamento e un’ironica critica al mondo degli adulti. Potremmo intitolare questo ritratto “L’insostenibile leggerezza dell’ essere Charlie Brown che pratica l’arte quasi-zen del non-vincere” oppure "La posizione depressiva secondo Charlie". Se invece da allenatore vincesse tutte le partire magari sarebbe davvero cool e tutti lo seguirebbero avendo poco o nulla da dire, e magari da grande Charlie Brown diventerebbe l’ennesimo maestro di vita che non c’insegna nulla perché parla di se stesso senza davvero parlare con noi e anche di noi. Invece dove c’è lui c’è un pensatoio in posti anche impensabili e per somiglianza od opposizione le sue vicende ci fanno riflettere anche su di noi. Nonostante studi per diventare un depresso ed abbia una paura quasi fobica della felicità, la sua sembra quasi una filosofia di vita prima che una sofferenza psicologica. E’ una tensione costante verso la in-felicità, una sorta d’infelicità mimetica per restare in prossimità della felicità. Forse inconsciamente Charlie Brown pensa che se fosse semplicemente felice tutto diverrebbe immobile e le cose immobili invecchiano precocemente, si dissolvono senza neppure morire, condannate all’inconsistenza. Ma finché teme di essere felice lui può continuare a maneggiare gli ingredienti per esserlo (amici, sogni, passioni, amore, eccetera) senza mai risolversi ad esserlo. Non che davvero non lo sia felice: la sua sembra più una felicità insatura, una felicità che non vuole farsi catturare in una polaroid (che ruberebbe l’anima dell’essere felici), una felicità perennemente processuale invece che statica. Il suo timore di essere felice è il modo che Charlie ha trovato per cercare di esserlo senza restare immobilizzato per il terrore o la disperazione dell’impossibilità di esserlo. Se fosse davvero depresso Charlie Brown non combatterebbe imperterrito per cercare di vincere una partita di baseball né si struggerebbe per la bambina dai capelli rossi di cui è segretamente innamorato. Sembra più che altro che quando Charlie dice che ha paura di essere felice voglia in realtà dire che possedere la felicità sia contraria all’intrinseca natura di questa: la felicità semplicemente posseduta è decadente, la felicità (che salva la felicità) sta nel cercarla, costruirla oltre che ottenerla, cercarla ancora, sentire che si è spostata un passo oltre e di nuovo tendersi verso di essa, in una dinamica parzialmente sovrapponibile a quella del desiderio. Charlie è un po’ un poeta post-romantico, un po’ filosofo. Ma Charlie Brown è anche e pur sempre un bambino: ha le sue piccole ansiolitiche superstizioni (se ti senti felice rischi di perdere la felicità), i suoi esorcismi (la postura da depresso è un parafulmine dagli strali del destino affinché non lo colpisca con una vera depressione), i suoi rituali che gli permettono di addormentarsi la notte nonostante il suo costante cogitare sulla vita e di essere riposato per poter un altro giorno ancora così da poter desiderare la bambina dai capelli rossi. Charlie sa che non tutto è nelle nostre mani per ottenere la felicità e cerca di gestire, un po’ nevroticamente e un po’ creativamente, l’ansia di non avere controllo su tutto ciò che potrebbe renderci o meno felici. Ma sa anche che sentirsi in balia del destino ci condannerebbe sicuramente a non raggiungere la felicità. Charlie Brown è come molti di noi un nevrotico, pieno di conflitti e di dubbi, ma non solo le sue difese e i suoi sintomi gli permettono un certo equilibrio non troppo rigido con se stesso e il suo mondo, ma di questi ha fatto una sorta di filosofia di vita, forse quasi-zen o forse anti-zen, in cui la felicità sembra non essere desiderata ma tutto ciò che la consente lo è. L’apparente sindrome ansioso depressiva di Charlie è un mondo messo in tensione e dinamizzato dal desiderio. E anche questa è una piccola verità che Charlie Brown riflette delle vite di ognuno di noi: desiderio e creatività sono tra gli ingredienti che ci salvano dalla vera follia e che a volte addirittura ci aiutano a raggiungere e riraggiungere la felicità, che ci salvano dalla rassegnazione e ci permettono speranza quando fattori oggettivi c’impediscono di essere felici. Charlie Brown è un po’ filosofo, un po’ nevrotico, un po’ bambino e un po’ adulto: insomma è un po’ come ognuno di noi e per questo, decennio dopo decennio, continuiamo a leggere le sue strisce.

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  • Dr. Antonino Puglisi | Psicologo a Torino e online | Santa Rita | Mirafiori

    Dott. Antonino Puglisi​​ Psicologo "Saremmo veramente poveri se fossimo solamente sani" Donald Winnicott Psicologia come viaggio L’immagine è quella di un ponte, di un attraversamento, dello psicologo come compagno di viaggio. L a psicologia può essere un ponte tra il sé di ora e un sé possibile, ed è il viaggio ancor prima che il mezzo di trasporto. Un viaggio insieme di avvicinamento a se stessi e di costruzione di sé: un sé che non ha bisogno né di essere aggiustato né di essere rivoluzionato, ma raggiunto. E nel mentre ci si avvicina a sé sarà il viaggio stesso ad insegnare nuovi modi più funzionali e meno dolorosi per essere se stessi. Scopri di più Una psicologia per tutti Psicologia a prezzi accessibili è un'iniziativa che nasce dalla convinzione che il diritto al benessere psicologico sia di tutti. Se sei uno studente, un pensionato, un lavoratore precario o cassaintegrato oppure disoccupato, o se comunque stai attraversando un momento economico non agevole ma sentissi il bisogno di un percorso psicologico, valuteremo insieme come intraprenderlo a prezzi sostenibili coerenti con le tue possibilità del momento. ​ Psicologia on line . Sempre nella prospettiva di rendere la psicologia disponibile al maggior numero possibile di persone, è possibile concordare un percorso di colloqui a distanza (online o per telefono). Psicologia accessibile Tariffe Colloqui online Se si è impossibilitati a recarsi in studio, per questioni di tempo oppure perché si vive troppo distanti, talvolta addirittura dall'Italia, allora i colloqui online sono in molti casi una valida alternativa. Le precondizioni sono quelle di avere i necessari dispositivi tecnologici e software per effettuare le videochiamate nonché la disponibilità di un luogo dove sentirsi liberi di comunicare. I video-colloqui sarebbero preferibili ai colloqui tramite telefono che però sono un'opzione quando tutte le altre non sono percorribili. Scopri di più Psicologia per italiani all'estero Lasciare l’Italia è a volte una necessità altre la scelta di un’opportunità, ma in entrambi i casi è un evento che porta con sé emozioni e sentimenti intensi e spesso contrastanti. E’ un cambiamento importante che comporta un altrettanto importante sforzo di adattamento In prossimità di un trasferimento all’estero o a trasferimento avvenuto, uno psicologo può essere un valido aiuto. Ma anche se si vive all'estero e ben adattati già da tempo, in alcuni momenti della propria vita si potrebbe sentire il bisogno di uno psicologo che parli la stessa lingua delle proprie emozioni. Psicologia online Contatti Prendersi cura Il mio approccio è d’ispirazione psicodinamica e psicoanalitica. Questo vuol dire che nel rapporto di collaborazione con l’altra persona, nel curarmi di lei, considero centrale la storia della sua vita e delle sue relazioni passate e presenti, di come queste l’hanno influenzata e l’influenzano, spesso in maniera inconscia, come forze, bisogni, desideri, pensieri, fantasie ed emozioni che interagiscono e a volte confliggono, che comunicano di lei e con lei, delle sue parti più autentiche e di quelle che ella è stata a volte costretta dalle circostanze a mimetizzare, in una complessa interazione tra motivazioni consapevoli e inconsapevoli. Motivazioni che a volte sono motore e altre volte freno della nostra vita, talvolta entrambe le cose. Contattami Approfondisci Aree d'intervento Ansia, ipocondria, fobie e attacchi di panico Disturbi dell'umore e depressione Disturbo ossessivo compulsivo Disturbi di personalità Disturbi psicosomatici Disturbi alimentari Disturbi sessuali psicogeni Nevrosi Dipendenze Dipendenza affettiva Gestione degli impulsi e della rabbia Problemi relazionali Autostima Abusi Traumi Crescita personale Scopri di più © Antonino Puglisi - Tutti i diritti riservati antoninopuglisi mag 29 11 min La favola dello scorpione che non era uno scorpione e della rana che non era una rana 0 Post non contrassegnato con Mi piace antoninopuglisi 21 dic 2020 6 min La vera storia di Peter Pan 0 Post non contrassegnato con Mi piace antoninopuglisi 17 lug 2020 4 min L’insostenibile leggerezza dell’ essere Charlie Brown 0 Post non contrassegnato con Mi piace antoninopuglisi 30 giu 2020 3 min Reggere insieme il cielo: dipendenza o cooperazione nel rapporto di coppia 0 Post non contrassegnato con Mi piace antoninopuglisi 26 giu 2020 4 min Tutti i sentieri di Cappuccetto Rosso: la possibile contro-favola dell’essere donna 0 Post non contrassegnato con Mi piace antoninopuglisi 11 giu 2020 3 min La complicata arte di abitare lo sguardo 0 Post non contrassegnato con Mi piace antoninopuglisi 2 giu 2020 4 min Quello che il corpo dice, quello che il corpo tace 0 Post non contrassegnato con Mi piace antoninopuglisi 15 apr 2020 6 min Appunti su tango e mare ovvero sul desiderio 0 1 Un Mi piace. 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    “ La psicoanalisi è aiutare le persone a diventare quelle che sono ” Françoise Dolto Relazioni La storia di una persona è anche storia di relazioni con persone significative. Relazioni passate e relazioni attuali analizzate e a volte rivissute attraverso la relazione speciale tra paziente e psicologo. Nel dipanarsi della trama dei propri rapporti si potranno cogliere dei nodi, temi fondamentali che nella propria vita sembrano ripresentarsi con una certa costanza e che nel laboratorio vivo della seduta possono di volta in volta, manifestarsi, recedere sullo sfondo, coagularsi, articolarsi, assumere forme meno nebulose di senso o invece nuovi significati. Partendo da questa consapevolezza gradualmente i rapporti di oggi diverranno liberi dalle ripetizioni del passato. Inconscio Le cose che di noi sappiamo e quelle di cui invece non siamo consapevoli sono in un rapporto dialettico e dinamico. Quanto più questo rapporto è sbilanciato in un senso o nell'altro tanto più più la propria esistenza sembrerà costretta in un senso d'immobilità o viceversa ciò che succede o ci succede apparirà senza controllo. In questo modo le nostre scelte non saranno tanto la conseguenza di ciò che noi siamo ma di ciò che ad esempio inconsciamente percepiamo dovremmo essere o che temiamo di essere. Invece di fermarsi alle certezze su se stessi si potrebbe salpare da esse per conoscersi di più e diventare sempre più genuinamente liberi di scegliere. Emozioni Le emozioni e i sentimenti rivestono un ruolo fondamentale nella vita di ognuno. In taluni casi piuttosto che colorare l'esistenza con innumerevoli sfumature i colori sembrano sfocarsi oppure alcune emozioni sembrano imporsi rendendo l'esistenza quasi monocromatica. Tristezza o ansia, frustrazione e rabbia, quando preponderanti, possono rendere indistinti i dettagli più originali della propria vita. L'apparente incapacità di sentire con forza gli affetti sembra invece come dissanguare l'essenza stessa dell'essere vivi. L'attenzione alla parte emozionata ed emozionante della persona, alla sua parte desiderante, nelle loro componenti sia consce che inconsce, ha un ruolo fondamentale in ogni percorso psicologico. “Certe cose sono da grandi anche per gli adulti” Wilfred Ruprecht Bion Percorsi individuali Lo psicologo è un compagno di viaggio. E' solo nella relazione con un compagno esperto nelle tecniche del viaggio che certi panorami acquisiscono per il paziente-viaggiatore tutto il loro personalissimo significato. Mi occupo quindi di accompagnare viaggiatori di sé. Il percorso può essere diverso a seconda delle persone e dei momenti della propria esistenza : affianco chi deve affrontare situazioni difficili o traumatiche, chi deve fronteggiare difficoltà emotive o relazionali oppure la fatica di un disturbo psicologico, ma anche chi vuole intraprendere un percorso di conoscenza e crescita personale. In ogni caso ciò che è centrale è la relazione che s'instaura con il paziente, relazione che rappresenta un luogo sicuro in cui raccontarsi, esprimersi, sperimentarsi, immaginarsi e da cui poi mettersi in viaggio per esplorarsi in nuovi modi di essere se stesso. . Percorsi di coppia Il bello e il difficile di un rapporto di coppia è che l'incontro delle due persone dà vita ad una reazione chimica relazionale non riducibile alla somma dei due individui. Queste proprietà emergenti sono il cuore dell'essere coppia ma possono generare anche difficoltà ed incomprensioni. Proprio per la natura relazionale di tali difficoltà il loro superamento non può essere individuale, ad esempio mutuando le soluzioni dell'altro/a, ma dev'essere una via terza ovvero di coppia. Lo psicologo in tale prospettiva non sarà mai un giudice ma piuttosto un facilitatore e uno specchio che riflette la coppia nella sua interezza consentendole di osservarsi da un'altra prospettiva e di prospettarsi nuove soluzioni e nuove modalità relazionali funzionali al raggiungimento di un nuovo equilibrio. Percorsi familiari La famiglia è la culla delle prime relazioni significative. E' il luogo per eccellenza deputato alla crescita, la base da cui partire e cui ritornare per scoprire se stessi nel mondo. E' un sistema complesso in cui s'incontrano individui con obiettivi di vita non sempre omogenei non fosse che per il coesistere di generazioni diverse con quindi differenti priorità evolutive. E' un organismo vivente che attraversa delle fasi di crescita e mutamento e che di conseguenza si trova di fronte a delle esigenze di riorganizzazione che talvolta possono risultare faticose, difficili o finanche disfunzionali e che quindi possono richiedere l'intervento di un professionista. Sostegno alla genitorialità Essere madre e padre, tra le molte cose, significa rapportarsi con un figlio in costante evoluzione, cosa che comporta il doversi costantemente riscoprire e reinventare come genitore sempre nuovo in funzione delle varie fasi di crescita del bambino. E' un equilibrio dinamico già non facile il cui raggiungimento e mantenimento può inoltre essere complicato da problemi contingenti o avvenimenti imprevisti. Soprattutto in alcuni momenti e in alcune tappe di passaggio il sostegno di un professionista può essere d'aiuto, come ad esempio col sopraggiungere dell'adolescenza e con il diventare giovani adulti, quando cioè essere genitori significa infine adempiere il delicato e quasi paradossale compito d'insegnare sempre meno e di accompagnare sempre più proprio figlio nell'accidentato viaggio che ha come meta l'individuarsi come persona ad ogni passo più separata e autonoma. Counseling psicologico Consiste in un limitato numero di colloqui con la finalità di meglio definire con la persona, coppia, famiglia, che si rivolge allo psicologo, il problema o il disagio percepiti. I processi di ri/definizione delle problematiche o la possibilità di dargli finalmente un senso o viceversa risignificarle in modi più costruttivi e meno limitanti sono spesso sufficienti ad un superamento della situazione problematica. Ove necessario la consulenza psicologica può proseguire con dei colloqui di sostegno psicologico oppure un percorso psicologico di lungo respiro. Sostegno psicologico Problemi contingenti e specifici o particolari situazioni di difficoltà o fatica psicologica nel dover prendere una decisione rilevante per la propria vita, in assenza di disturbi o sintomi importanti, posso necessitare di un intervento di sostegno che consenta in una relazione sicura e protetta di rientrare in contatto con le proprie risorse o, partendo da queste, di costruirne di nuove così da sentirsi nuovamente in grado di affrontare lo stallo decisionale o le difficoltà e i problemi in cui si è incorsi. “Non ci si illumina immaginando figure di luce ma rendendo cosciente la tenebra” Carl Gustav Jung Ho una Laurea magistrale in psicologia clinica ottenuta con lode presso l'Università degli Studi di Torino. Sto inoltre specializzandomi come Psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico. Il mio approccio è quindi di matrice psicodinamica e psicoanalitica ovvero guidato dall'intento di rendere il paziente più conscio del proprio mondo interiore affinché questa consapevolezza possa progressivamente tradursi in maggiore libertà e in ultimo in maggiori possibilità di costruire nuovi sentieri per sé più prossimi a chi si sente di essere. Sono iscritto all'Ordine degli psicologi del Piemonte e oltre a svolgere la mia attività come libero professionista nel mio studio a Torino, collaboro con l'ASL TO5 e con la fondazione "Un passo insieme Onlus" di Val della Torre. ​ Il mio studio si trova a Torino in via Mombasiglio 29, nella Circoscrizione2 Santa Rita-Mirafiori e a poca distanza dai quartieri Crocetta, San Paolo, Filadelfia e Lingotto. ​ Il primo colloquio è sempre gratuito. Per chi attraversa delle difficoltà economiche sono inoltre concordabili delle tariffe sostenibili. Per chi fosse impossibilitato a recarsi in studio, o per gli italiani che risiedano all'estero, è possibile un percorso di sedute online o telefoniche. Psicologia accessibile Aree d'intervento: ​ Ansia, ipocondria, fobie e attacchi di panico Disturbi dell'umore e depressione Disturbo bipolare Disturbo ossessivo compulsivo Disturbi di personalità Disturbo borderline Disturbi psicosomatici Disturbi alimentari (bulimia, anoressia, obesità) Disturbi sessuali psicogeni Disturbi dell'identità di genere Disturbo post traumatico da stress Nevrosi Dipendenze Dipendenza affettiva Gestione degli impulsi e della rabbia Problemi relazionali Autostima Stress Abusi Traumi Crescita personale ​ ​ Destinatari: ​ Preadolescenti, adolescenti, giovani, adulti, anziani. Contattami Dott. Antonino Puglisi - Psicologo a Torino e online

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