Search Results

26 risultati trovati per ""

    Servizi (3)
    • Branding & Positioning Analysis

      Looking to develop your business but not sure where to turn? Need help planning or executing your next project? Let us guide you. Any organization can move forward with small incremental changes, but building for the future in today’s rapidly evolving environment means taking bold chances and making insightful decisions.

    • Strategic Planning Session

      With years of experience, our staff has the capabilities and expertise to take your business to the next level. At Antonino Puglisi, we combine our insights and skills to transform your processes and strategies, and in turn, your company. We’re proud to help shape and improve how our clients structure and manage their business.

    • Introductory Consultation

      We examine what organizations are doing to stay relevant and competitive in this fast-paced world, and which ones are doing it best. We then strategize using smart tools and global resources in order to understand the implications of every choice our clients can make. Get in touch to learn more about how this service can help you.

    Visualizza tutti
    Post sul blog (14)
    • La vera storia di Peter Pan, il bambino cresciuto troppo in fretta

      E’ assai probabile che conosciate la storia di Peter Pan, il bambino che non voleva crescere, a capo dei Bambini Sperduti che avevano preferito abbandonare il loro mondo e le proprie famiglie per seguire Peter sull’Isola che non c’è; mentore dei fratellini Darling portati sull’isola ad affrontare insieme a Peter i temibili pirati; amico della gelosa fata Trilli; Peter Pan l’inconsapevole alleato del coccodrillo che ha in pancia un orologio che ricorda al comune nemico, il pirata Uncino, che il suo tempo prima o poi giungerà a compimento. E’ anche probabile che abbiate sentito parlare della Sindrome di Peter Pan con cui ci si riferisce a quella condizione per la quale persone adulte sembrano rimanere fondamentalmente immature ed egocentriche, incapaci di prendersi delle responsabilità e di diventare davvero indipendenti. Il nome Peter Pan è diventato sinonimo da un lato di spensieratezza che vuole resiste alle costrizioni di un’adultità vista come sostanziale privazione di libertà; dall’altro d’incapacità di maturare e in definitiva diventare una persona compiuta. Eppure mi sembra che la storia di Peter Pan racconti ben altro e che forse, in parte, possa illuminare diversamente anche la storia di chi viene detto affetto dalla cosiddetta sindrome di Peter Pan. Davvero la storia di Peter Pan è semplicemente una narrazione sul voler restare in una spensierata fanciullezza? Eppure basterebbe preliminarmente pensare che in questa storia ci sono rapimenti, tradimenti, gelosia, invidia, duelli, ragazzini che rischiano la vita. Bambini lasciati soli a sfidare i pericoli della spensierata isola che non c’è, spensierata nel senso che l’azione sostituisce il pensiero: non ci si può fermare a pensare, non solo perché tutto accade molto velocemente ma perché a quel punto ci si dovrebbe pensare soli. I bambini che abitano l’Isola che non c’è non appaiono liberi nella spensieratezza di un’infanzia che si vuole protrarre indefinitamente. Mi sembrano piuttosto prigionieri della loro presunta libertà ovvero dell’essere stati lasciati soli. Non sappiamo molto delle storie dei Bambini Sperduti che hanno scelto di vivere una vita sostanzialmente da orfani, ma penso che sia significativo che si chiamino “Bambini Sperduti” invece che ad esempio “Bambini liberi”. Pensiamo poi agli adulti presenti nella storia. I genitori dei fratellini Darling, che hanno dimenticato le gioie e le fatiche di essere bambini. E’ Wendy che sembra occuparsi dei bisogni emotivi dei fratellini più dei genitori che piuttosto chiedono anzitempo ai loro figli, soprattutto a Wendy, di diventare ancor più precocemente adulti. I genitori di Wendy hanno dimenticato, o non hanno potuto imparare, che il percorso verso l’essere grandi è fatto di tappe tutte ugualmente fondamentali e imprescindibili in cui la relazione con i genitori è un fattore d’importanza vitale; hanno insomma dimenticato che l’essere adulti non può essere una mera scelta, men che mai una scelta dettata da altri o peggio il risultato di una traumatica irrilevanza della specificità del proprio essere bambini che stanno crescendo. Pensiamo ai genitori dei Bambini Sperduti. Non sappiamo nulla di loro, sono dei fantasmi, rilucono per la loro assenza. Forse erano già dei fantasmi evanescenti nelle loro funzioni genitoriali. Quale bambino preferirebbe vivere senza i propri genitori? I bambini perdonano praticamente quasi tutto ai propri genitori pur di non perdere un legame che è vitale. Accettare di essere dei bambini sperduti significa una rassegnazione oltre ogni speranza, la certificazione di essere già da lungo tempo dei bambini sperduti. Gli altri adulti della storia sono Capitan Uncino e i suoi pirati, che appunto sono pirati e non almeno corsari, un’idea di adultità soltanto egoistica e arrembante, per cui i bambini sono ostacoli ai propri scopi o al più strumenti per il loro raggiungimento. Anch’essi hanno dimenticato cosa significhi essere bambini e hanno annacquato nel rum ogni istinto di accudimento, altrimenti accoglierebbero quei bambini sperduti e se ne prenderebbero cura invece che fargli la guerra invidiosi di ciò che loro stessi hanno s-perduto nel diventare adulti, invidia che acceca la loro empatia e gli impedisce di vedere ciò di cui quei potenziali figli avrebbero bisogno. Non sappiamo nulla neppure della storia di questi pirati ma forse anch’essi in passato erano stati bambini sperduti. Di Capitan Uncino si dice che in passato fosse stato il secondo del pirata Barbarossa ma io ho un’altra teoria al riguardo. Nonostante la pervicace opposizione a crescere di Peter e la sua banda, credo che l’orologio che ticchetta nella pancia del coccodrillo scandisca l’inesorabilità di un’infanzia che se troppo protratta potrà anche non passare per l’adultità ma sicuramente è destinata a non restare infanzia: come un frutto colto troppo precocemente che andrà a male senza mai diventare maturo. Capitan Uncino, piuttosto che fare il pirata e navigare per mare, è come vincolato all’Isola che non c’è, pieno di rabbia verso un Peter Pan che gli somiglia più di quanto possa immaginare. Credo insomma che Peter Pan sia destinato a diventare Capitan Pan e i Bambini Sperduti siano la sua futura ciurma di pirati; e che tanto tempo prima Capitan Uncino fosse Uncino Pan, il predecessore di Peter, e i suoi pirati altrettanti piccoli bambini sperduti. Insomma la storia si ripete. Il tempo a volte si raggomitola ma non smette di scorrere. Peter Pan, quando i piccoli Darling glielo propongono, apparentemente non vuole essere adottato. Ma chi ha subito un grave trauma abbandonico o chi non ha mai fatto esperienza di una relazione di accudimento, è spesso costretto ad un’autonomia forzata, un’autonomia per così dire quasi letterale visto che etimologicamente autonomia significa “vivere con le proprie leggi”. Vivere con le proprie leggi è l’unico modo di sopravvivere quando non si è stati protetti dalla legge del padre e della madre, quando prima di essere autonomi non ci si è potuti sentire protetti e poi progressivamente indipendenti ma mai soli. “Autonomia” ricorda poi un’altra parola “autotomia”, che è quello che fanno le lucertole quando rinunciando alla coda sacrificano una parte di sé pur di sopravvivere. Come dimenticare poi che Pan fosse nella mitologia greca una divinità legata alla selvaggia e libera natura ma che fosse anche stato abbandonato dalla madre. Pan, dio silvano dal famigerato urlo spaventante (ma anche spaventato) da cui non a caso deriva la parola “panico”. Peter Pan è un bambino libero e selvaggio ma prima di tutto è un bambino abbandonato e segretamente spaventato che s’infila nelle situazioni più pericolose per convincersi di non aver paura o per dimenticare la cosa che più teme: di essere solo. I bambini hanno paura di essere abbandonati dai propri genitori molto più di quanto possano temere coccodrilli e pirati. Se poi sono stati effettivamente abbandonati, letteralmente oppure emotivamente, spesso la paura di restare nuovamente soli, se non li spinge a forme di dipendenza estrema, li spinge verso forme di estrema ma insicura autonomia. I ragazzi di oggi sembrano più vicini dei loro genitori ad un’idea di adolescenza che vuole restare libera e che non vuole crescere. Ma sembrano solo una diversa declinazione e gradazione dei Bambini Sperduti: non avendo quindi avuto esperienza del limite e della possibilità d’introiettare la legge genitoriale si ritrovano, più che indipendenti, costretti precocemente ad inventarsi una propria legge che non sanno come costruire, inconsapevolmente spaventati da una precoce assenza di limiti che nulla ha a che vedere con la libertà e che semmai li rende prigionieri del poter fare ciò che vogliono prima ancora di sapere chi possono e vogliono essere. Anche questa può essere una, solo più mascherata e meno estrema, forma di abbandono. Più che essere maggiormente vicini ai figli, rispetto alla precedente generazione, i genitori di oggi sembrano troppo somigliargli. Ma vicinanza e somiglianza sono tutt’altro che equivalenti. Non c’è contraddizione né paradosso: per diventare indipendenti i figli devono diventare dissimili dai propri genitori; e i genitori devono essere stati molto vicini ai figli per consentire ai propri figli di essere un giorno molto lontani da loro senza per questo sentirsi soli. L’epilogo della storia racconta che Peter torna all’Isola che non c’è e che i Bambini Sperduti decidono di non farsi adottare. Sembra che la storia sia davvero destinata a ripetersi e il trauma ad attraversare le generazioni. La nota di speranza giunge dal versante della storia apparentemente più normale ma per nulla banale: i piccoli Darling riconoscono che hanno ancora bisogno di un sano accudimento e di dover crescere con i tempi necessari; cosa più importante, sembrano capirlo anche i loro genitori che, forse non a caso, giungono infine a ricordare la propria infanzia, le avventure e i pericoli di quando erano essi stessi dei bambini. L’epilogo del racconto sembra insomma mostrare due delle possibili evoluzioni della storia di ogni infanzia. Per riassumere: Peter Pan non è la storia di un eterno bambino, ma di un bambino sperduto precocemente lasciato a cavarsela da solo. Peter Pan è la storia di un bambino precocemente senile che poi è diventato un bambino troppo bambino: Peter Pan è un infelice e spaventato anacronismo. (Letture consigliate: Sàndor Ferenczi, "Diario clinico")

    • L’insostenibile leggerezza dell’ essere Charlie Brown

      In una striscia del fumetto Peanuts Charlie Brown spiega a Patty la giusta postura che deve tenere chi voglia essere depresso, quasi volesse rivendicare una sua filosofia di vita, un tentativo adattivo di stare in un mondo che non è fatto a misura dei bambini (ma forse neanche degli adulti): “La cosa peggiore che puoi fare è stare dritto e guardare verso l’alto, perché cominci a sentirti meglio”. In un’altra striscia spiega invece così a Lucy la sua paura di essere felice: “Perché ogni volta che si diventa troppo felici, accade sempre qualcosa di brutto”. Insomma stare piegati, spera Charlie Brown, permette di schivare i colpi della vita. Charlie Brown è uno dei personaggi principali dei Peanuts (Noccioline). E’ goffo, con una non altissima autostima, è pieno di ansie e insicurezze ma è anche pieno di speranze ed è un perdente testardo (insiste ad allenare una squadra di baseball che ha vinto due partite sulle quasi mille giocate). Non è preso sul serio neppure dal suo cane Linus, di cui deve subire il sarcasmo. Sembrerebbe essere un perdente di successo: tutti o quasi ne ignorano suggerimenti e iniziative ma tutti in vario modo ruotano attorno a lui. Più enzima socializzante che leader Charlie Brown è l’inconsapevole e indispensabile fulcro di una compagnia eterogenea di bambini un po’ lasciati a loro stessi dai genitori, tutti un po’ troppo cresciuti e che con le loro incongrue saggezze e idiosincrasie incarnano un ironico rispecchiamento e un’ironica critica al mondo degli adulti. Potremmo intitolare questo ritratto “L’insostenibile leggerezza dell’ essere Charlie Brown che pratica l’arte quasi-zen del non-vincere” oppure "La posizione depressiva secondo Charlie". Se invece da allenatore vincesse tutte le partire magari sarebbe davvero cool e tutti lo seguirebbero avendo poco o nulla da dire, e magari da grande Charlie Brown diventerebbe l’ennesimo maestro di vita che non c’insegna nulla perché parla di se stesso senza davvero parlare con noi e anche di noi. Invece dove c’è lui c’è un pensatoio in posti anche impensabili e per somiglianza od opposizione le sue vicende ci fanno riflettere anche su di noi. Nonostante studi per diventare un depresso ed abbia una paura quasi fobica della felicità, la sua sembra quasi una filosofia di vita prima che una sofferenza psicologica. E’ una tensione costante verso la in-felicità, una sorta d’infelicità mimetica per restare in prossimità della felicità. Forse inconsciamente Charlie Brown pensa che se fosse semplicemente felice tutto diverrebbe immobile e le cose immobili invecchiano precocemente, si dissolvono senza neppure morire, condannate all’inconsistenza. Ma finché teme di essere felice lui può continuare a maneggiare gli ingredienti per esserlo (amici, sogni, passioni, amore, eccetera) senza mai risolversi ad esserlo. Non che davvero non lo sia felice: la sua sembra più una felicità insatura, una felicità che non vuole farsi catturare in una polaroid (che ruberebbe l’anima dell’essere felici), una felicità perennemente processuale invece che statica. Il suo timore di essere felice è il modo che Charlie ha trovato per cercare di esserlo senza restare immobilizzato per il terrore o la disperazione dell’impossibilità di esserlo. Se fosse davvero depresso Charlie Brown non combatterebbe imperterrito per cercare di vincere una partita di baseball né si struggerebbe per la bambina dai capelli rossi di cui è segretamente innamorato. Sembra più che altro che quando Charlie dice che ha paura di essere felice voglia in realtà dire che possedere la felicità sia contraria all’intrinseca natura di questa: la felicità semplicemente posseduta è decadente, la felicità (che salva la felicità) sta nel cercarla, costruirla oltre che ottenerla, cercarla ancora, sentire che si è spostata un passo oltre e di nuovo tendersi verso di essa, in una dinamica parzialmente sovrapponibile a quella del desiderio. Charlie è un po’ un poeta post-romantico, un po’ filosofo. Ma Charlie Brown è anche e pur sempre un bambino: ha le sue piccole ansiolitiche superstizioni (se ti senti felice rischi di perdere la felicità), i suoi esorcismi (la postura da depresso è un parafulmine dagli strali del destino affinché non lo colpisca con una vera depressione), i suoi rituali che gli permettono di addormentarsi la notte nonostante il suo costante cogitare sulla vita e di essere riposato per poter un altro giorno ancora così da poter desiderare la bambina dai capelli rossi. Charlie sa che non tutto è nelle nostre mani per ottenere la felicità e cerca di gestire, un po’ nevroticamente e un po’ creativamente, l’ansia di non avere controllo su tutto ciò che potrebbe renderci o meno felici. Ma sa anche che sentirsi in balia del destino ci condannerebbe sicuramente a non raggiungere la felicità. Charlie Brown è come molti di noi un nevrotico, pieno di conflitti e di dubbi, ma non solo le sue difese e i suoi sintomi gli permettono un certo equilibrio non troppo rigido con se stesso e il suo mondo, ma di questi ha fatto una sorta di filosofia di vita, forse quasi-zen o forse anti-zen, in cui la felicità sembra non essere desiderata ma tutto ciò che la consente lo è. L’apparente sindrome ansioso depressiva di Charlie è un mondo messo in tensione e dinamizzato dal desiderio. E anche questa è una piccola verità che Charlie Brown riflette delle vite di ognuno di noi: desiderio e creatività sono tra gli ingredienti che ci salvano dalla vera follia e che a volte addirittura ci aiutano a raggiungere e riraggiungere la felicità, che ci salvano dalla rassegnazione e ci permettono speranza quando fattori oggettivi c’impediscono di essere felici. Charlie Brown è un po’ filosofo, un po’ nevrotico, un po’ bambino e un po’ adulto: insomma è un po’ come ognuno di noi e per questo, decennio dopo decennio, continuiamo a leggere le sue strisce.

    • Reggere insieme il cielo: dipendenza o cooperazione nel rapporto di coppia

      Forse non abbiamo bisogno di trovare un/a partner che sia l’altra metà del mondo, che ci completi, ma piuttosto qualcuno/a insieme a cui ci sarà possibile reggere il cielo. Per molti infatti la ricerca dell’amore è sinonimo di ricerca della metà di sé. Invece l’incontro con un partner dovrebbe significare qualcosa di simile all’incontro di una galassia (di vissuti e personalità) che ne incontra una seconda, insieme dando vita a qualcosa di terzo: una galassia che prima non esisteva e che senza le altre due non avrebbe mai avuto vita. Essere coppia dovrebbe essere un processo generativo e non sommativo: nulla dovrebbe togliere a chi siamo, ma non dovrebbe neppure essere la semplice somma di due persone. E’ un po’ come in chimica in cui le proprietà emergenti non sono semplicemente riconducibili a quelle dei loro componenti originali: nessuno potrebbe dissetarsi, invece che con dell’acqua, con dell’idrogeno seguito da un po’ di ossigeno. Forse l’espressione “esserci chimica”, riferita all’incontro riuscito tra due persone è davvero significativa. E’ persino pericoloso, nel sentire in se stessi qualcosa d’incompleto, credere che questa incompletezza possa essere saturata e suturata dall’incontro con un altro. Perché il rischio è di dipendere dall’altro, diventare il suo satellite piuttosto che l’altra metà del suo mondo, ad esempio perché la dipendenza dell’uno incontra i bisogni narcisistici dell’altro. Oppure la dipendenza dell’uno incontra la dipendenza anche dell’altro venendosi così a creare un rapporto asfittico fatto di un levare più che di un crescere, di un reciproco limitarsi, una palude in cui tutto è tranquillo solo perché stagnante. Coppie del genere rischiano di confondere l’inconscia collusione d’intenti per amore; e nel lungo periodo sono spesso destinate a situazioni, anche personali, problematiche. Quando ad esempio uno dei due partner, per qualche ragione, sente il bisogno di essere (e diventa) maggiormente consapevole di sé allora frequentemente la coppia va in crisi, oppure non solo la coppia vacilla ma l’altro partner entra in una crisi personale. Non ci dovrebbe essere bisogno di un altro per sentirsi completi: se la nostra storia di vita ci ha portati a sentire che qualcosa manca in noi allora la cosa migliore da fare non è cercarla in altri che possano completarci, ma cercarla in noi stessi, cercare noi stessi in noi, diventare consapevoli di ciò che di noi non abbiamo potuto finora vedere, integrare in noi ciò che finora abbiamo dovuto credere non ci appartenesse. Platone narra in un mito che all’inizio dei tempi gli essere umani erano doppi: braccia, gambe, teste, genitali, tutto doppio in una sola persona. Finché Zeus, per punirli della loro arroganza, non divise ogni essere umano in due. Zeus però era in un certo senso più umano degli umani che puniva, e di certo non aveva raffinate competenze psicologiche: risolveva tutto a suon di fulmini o di mistificazioni e travestimenti. Vedete in questo mito una metafora sulla parte perduta della propria anima invece che sulla perduta anima gemella, su quanto di noi è stato sepolto in noi (per paura, conflitto, per un mandato ad essere chi avremmo dovuto invece di chi davvero siamo, eccetera). Se vi sentite incompleti cercate dentro di voi, magari con l’aiuto esperto di un compagno di viaggio, ben prima della ricerca di un compagno di vita. Quel compagno di vita che comunque non sarà mai la vostra metà, visto che voi siete già un intero, ma insieme al quale sarete una nuova costellazione. All’immagine di Platone ne preferisco un’altra. Un detto cinese racconta che la donna regge l’altra metà del cielo. Si potrebbe dire che il detto cinese ha anche un non detto riguardo il fatto che metà del cielo non è il cielo ma piuttosto un baratro e che quindi il Tutto non è semplicemente il riflesso di una metà. Ma il proverbio secondo me potrebbe affermare qualcosa di più sofisticato: infatti non dice che la donna è l’altra metà del cielo, ma che regge l’altra metà del cielo. L’uomo e la donna rimangono loro stessi, non hanno bisogno dell’altro per essere completi, ma il frutto della loro unione e cooperazione permette il cielo e le sue costellazioni, qualcosa cioè che senza il loro essere insieme non esisterebbe. (Il proverbio cinese presumibilmente non è stato pensato specificamente per descrivere le relazioni di coppia quindi nell’usarlo a tale scopo mi prendo la libertà di declinarlo per estenderlo anche alle coppie non eterosessuali.) #coppia #crescere #cielo #donna #uomo #dipendenza #cooperazione

    Visualizza tutti
    Pagine (9)
    • Psicologia a basso costo | Dr. Antonino Puglisi | Psicologo Torino

      Psicologia a prezzi accessibili a Torino e online Spesso i servizi pubblici sono impossibilitati ad accogliere le richieste di tutti quelli che vi si rivolgono, altre volte le liste d'attesa scoraggiano i più. Ma non tutti hanno le risorse economiche per intraprendere un percorso psicologico privatamente. L'idea di proporre una psicologia a prezzi accessibili nasce dalla convinzione che il diritto al benessere psicologico sia di tutti. Se stai attraversando un momento economico non agevole valuteremo insieme, dopo un incontro conoscitivo gratuito, come poter iniziare un percorso psicologico a prezzi calmierati, coerenti con le tue possibilità del momento, che potremo rimodulare solo quando la situazione economica lo consentirà. "E' la febbre della gioventù che mantiene il resto del mondo alla temperatura normale. Quando la gioventù si raffredda, il resto del mondo batte i denti" Georges Bernanos Il passaggio all'università è un cambiamento prodigo di promesse ma anche di timori rispetto ad un orizzonte di maggiore autonomia: ci si deve comportare già da adulti ma ci si sta ancora sperimentando come tali. Si cammina su una terra di confine tra versioni spesso inconciliabili di sé: come ogni nuovo territorio può risultare pericoloso ma pieno di opportunità. Le usuali reti di supporto possono sembrare meno disponibili oppure ricorrervi può essere vissuto come in contraddizione col percorso di autonomia che si è intrapreso. Difficoltà oggettive possono complicare ulteriormente le cose fino a far percepire come insufficienti le proprie capacità che necessitano piuttosto di uno spazio dedicato per riemergere e per strutturarsi compiutamente. Ansia e problemi di autostima sono alcuni degli effetti dello stress adattativo che comporta una nuova definizione dell'essere studente e dell'essere ora giovane adulto. Un pacchetto di (a cui va aggiunto il primo colloquio gratuito) è la soluzione pensata per gli studenti. 5 colloqui di consulenza psicologica a 145 € studenti studenti L'andare avanti degli anni comporta inevitabilmente un mutamento dei rapporti tra corpo mente e mondo anche sociale. L'andare in pensione poi se da un lato può significare una nuova opportunità per sé, d'altro canto comporta la fatica psicologica di ricollocarsi nella società e la ricerca di un nuovo equilibrio: insomma di ridisegnare una nuova mappa di sé nel mondo. Un percorso psicologico non dovrebbe però essere un mero sostegno al processo di adattamento nel ridefinirsi in nuovi ruoli; né dovrebbe unicamente aiutare a fare un bilancio su quanto d'importante e buono si è realizzato nella propria vita e ad accettare che scelte e accadimenti hanno necessariamente significato la perdita o la rinuncia di molto altro d'importante. Il rapporto con lo psicologo dovrebbe diventare soprattutto un luogo protetto dove sperimentarsi e trovare il proprio modo di ulteriormente evolversi per continuare la propria traiettoria vitale verso nuovi o trascurati luoghi di sé, delle proprie inclinazioni, dei propri interessi, del proprio essere donna e uomo ancora desideranti di scoperta, di sorpresa, d'incontro con l'altro. Si è così pensato ad un pacchetto di (a cui va aggiunto il primo colloquio gratuito). 5 colloqui di consulenza psicologica a 175 € PENSIONATI "Io non credo all'età. Tutti i vecchi portano negli occhi un bambino e i bambini a volte ci osservano come saggi anziani" Pablo Neruda "Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica Aeronautica, il calabrone non può volare, a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare" Igor Sikorskij Lavoratori Precari I lavoratori precari sono degli equilibristi della vita, per loro si potrebbe applicare la stessa massima usata per i calabroni: non gli è stato spiegato che gli sarebbe fisicamente impossibile volare, per cui loro volano comunque. Nonostante questa prodigiosa abilità l'incertezza è però una costante nelle loro giornate. Incertezza che ad un certo punto si traduce in una specie d'ipoteca sulle proprie vite che, tra le altre cose, comporta l'impossibilità di fare veri programmi a lungo termine. Il disagio psicologico causato da questa condizione talvolta si somma a una sofferenza precedente poiché, nonostante i loro super-poteri, rimangono comunque esseri umani come tutti noi. Il paradosso a cui quindi si finisce con l'assistere, come in altri casi, è che tanto più si ha bisogno di aiuto psicologico tanto meno ci si può permettere di accedervi. Un pacchetto di 5 colloqui di consulenza psicologica a 145 € (a cui va aggiunto il primo colloquio gratuito) è la soluzione pensata per loro. "Le cose vere della vita non si studiano né si imparano, ma si incontrano" Oscar Wilde Tariffe ​ Colloquio psicologico individuale Colloquio clinico: 50 €* Sostegno psicologico: 50 €* Counseling psicologico: 55 €* * la tariffa varierà conformemente alle disponibilità economiche della persona Nel caso di difficoltà economiche : da un massimo di 55 € . fino a un minimo di 36 € ​ Colloquio di coppia: da 70 € a 50 € (in base alle disponibilità economiche della coppia) ​ Colloquio familiare: da 80 € a 55 € (in base alle disponibilità economiche della famiglia) ​ Le tariffe scontate verranno mantenute fintanto che le difficoltà economiche perdureranno. ​ Pacchetti di colloqui psicologici ​ Pacchetto 10 colloqui: -5% ​ Pacchetto Pensionati: 5 colloqui a 175 € ​ Pacchetto Studenti: 5 colloqui a 145 € ​ Pacchetto Lavoratori precari, Cassaintegrati, Disoccupati: 5 colloqui a 145 € Dott. Antonino Puglisi - Psicologo a Torino - Contattami

    • Dr Antonino Puglisi | Psicologo online | Psicologo per italiani nel mondo

      "Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi" Alessandro Baricco Colloqui psicologici online Nella prospettiva di rendere la psicologia disponibile al maggior numero possibile di persone, è possibile concordare un percorso di colloqui psicologici a distanza (online o per telefono). Le uniche precondizioni sono di avere i dispositivi tecnologici per effettuare i colloqui a distanza (pc, smartphone, ecc.) e, in caso di video-consulto, un software per le videochiamate con alti standard di sicurezza (Skype, Whatsapp, eccetera), nonché la disponibilità di un luogo dove sentirsi liberi di comunicare. Rispetto a un percorso psicologico in presenza quello a distanza ha delle peculiarità che lo distinguono, per prima la presenza-assenza della dimensione “corporea”. Tali peculiarità possono rappresentare sia vantaggi che svantaggi che vanno quindi considerati rapportandoli al caso e alla persona nelle loro specificità. "Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti" Cesare Pavese Made in Italy Psicologia per italiani nel mondo Lasciare l’Italia è un cambiamento importante che comporta un altrettanto importante sforzo di adattamento che talvolta può persino sconfinare in fattore di stress. In prossimità di un trasferimento all’estero o a trasferimento avvenuto, uno psicologo può essere una cerniera anzi un ponte tra due diverse realtà psicologiche, di arrivo e di provenienza. L’incontro paziente-psicologo del resto si situa in uno spazio-tempo peculiare che di per sé è una terra di mezzo, ad esempio tra la solitaria intimità dei propri vissuti e ciò che di noi è sé sociale, ma anche tra conscio e inconscio, tra emozioni e pensiero, tra dentro e fuori... Quest’attitudine al transito, continuamente da e verso qualcosa, che caratterizza il colloquio psicologico, può essere efficacemente utilizzata quando il transito diventa anche geografico come a seguito di un trasferimento. Un trasferimento riuscito inoltre non immunizza da tutte le difficoltà e le fatiche che è sempre possibile sperimentare ovunque si viva nel mondo. Nonostante una perfettamente riuscita integrazione, nei momenti in cui se ne percepisce la necessità, spesso si preferirebbe uno psicologo italiano. Non è semplicemente la ricerca di una maggiore vicinanza culturale in un momento delicato, ma forse qualcosa di più basilare e primario. Quandanche le nostre labbra e persino la nostra mente pronunciano alla perfezione un secondo linguaggio, rimane il fatto che le nostre emozioni, più o meno silenziose, parlano comunque nella propria madrelingua: l’italiano. Del resto abbiamo un cuore fatto in Italia. Dott. Antonino Puglisi - Psicologo on air - Contattami

    • Pinacoteca | Dr. Antonino Puglisi | Psicologo Torino

      Ritratto di ​ JOKER ​ ovvero dell’evoluzione dell’uomo una volta (s)conosciuto come Arthur Fleck ​ ​ Nascita: 1940 ​ Residenza: Ghotam City (DC) ​ Ultimo domicilio conosciuto: Film diretto da Todd Phillips (2019) ​ Possibile profilo diagnostico: Disturbo Psicopatico di Personalità ​ ​ ​ Una diagnosi spiccia vorrebbe Joker come uno psicopatico dal sorriso inquietante perché privo di emozione come tutto il resto della sua persona. Lo psicopatico è incapace di provare sentimenti ed empatia. Joker, almeno all’inizio, è però sommerso dalle emozioni. Il suo sorriso potrà anche essere folle ma è tutt’altro che vacuo, è saturo di storia e di atroci significati. E’ come se Joker avesse fatto la propria maschera ad immagine e somiglianza della società che prima lo dileggiava o ignorava: la maschera e il sorriso di Joker finiranno quindi con l’essere il suo atto di accusa verso il mondo che, insieme ad una madre patologica, hanno trasformato Arthur Fleck in Joker. L’accusa cioè ad una società che più che trascendere l’individuo lo prescinde, lo controlla; o se non può controllarlo o non gli è utile allora lo dimentica e lo cancella, lo oblitera come un biglietto. L’iconica danza di Joker è la danza di un Sé finalmente liberato, è il ballare sulla tomba di un falso Sé e sulla tomba delle regole sociali e dell’ipocrisia del male accettabile sotto l’ombrello delle convenzioni sociali. Peccato che per liberarsi egli fugga da una follia rovesciandola in un’altra. ​ (Se si vuole leggere di più sull'argomento cliccare ) qui ​

    Visualizza tutti

Studio di psicologia

Dott. Antonino Puglisi

Via Mombasiglio, 29
10136 Torino (TO)

Zona Santa Rita - Mirafiori (in prossimità  di

zona Crocetta, San Paolo, Filadelfia, Lingotto)

info@antoninopuglisi.it

+39 340 63 33 703

Tutti i diritti riservati © 2019-2020  Antonino Puglisi

  • Instagram
  • Twitter